Il laboratorio per l’immaginario – V.Gastini
L’ANALISI IMMAGINATIVA E IL LABORATORIO PER L’IMMAGINARIO
(analogie e specificità nel loro utilizzo in età evolutiva)
Intervento di dott. Valentino Gastini
Cremona 27 settembre 2008
(analogie e specificità nel loro utilizzo in età evolutiva)
“Il nevrotico è inibito soprattutto nell’agire, in lui il pensiero sostituisce completamente l’azione. Il primitivo è privo di inibizioni, il pensiero si trasforma senz’altro in azione, per lui l’azione è per così dire un sostituto del pensiero. Ecco perché credo [...] che nel nostro caso si possa presumere: “in principio era l’Azione”.
(S. Freud, Totem e tabù)
“Non dovrebbe suscitare sorpresa in nessuno il fatto che il trattamento analitico dei bambini sia più difficile che non quello degli adulti, nonostante le aspettative ottimistiche suscitate, probabilmente, dall’osservazione, che risale ai primordi della psicoanalisi, secondo la quale i sogni dei bambini sono più facili da interpretare che non quelli degli adulti, perché la distorsione onirica è meno elaborata e il desiderio latente del sogno più intellegibile. Questo piccolo abbuono ha tuttavia uno scarso peso se confrontato al grande numero di svantaggi quali la ridotta capacità d’insight del bambino, le fluttuazioni della sua alleanza terapeutica, la sua maggior intolleranza del dispiacere e dell’ansia, la sua incapacità o scarsa disponibilità ad associare liberamente, la sua preferenza ad agire piuttosto che a verbalizzare, la sua riluttanza a sopportare le frustrazioni della relazione di traslazione, per non parlare delle inevitabili intrusioni da parte dei genitori. Non è impresa da poco, in tali circostanze, mettere a punto una tecnica che soddisfi i principali requisiti della psicoanalisi classica, che interpreti cioè le resistenze e i fenomeni di traslazione, che annulli le rimozioni e le regressioni, che sostituisca ai meccanismi di difesa primitive e patogene misure adattative sofisticate e che, in generale, rinforzi le funzioni dell’Io e ampli l’area della psiche su cui l’Io può esercitare il suo controllo. Fino ad ora, le varie istituzioni che si dedicano alla psicoanalisi infantile hanno escogitato soluzioni diverse per queste difficoltà, e si diversificano notevolmente nel tipo di materiale che offrono al bambino come sostituto alla comunicazione verbale, nella valutazione del livello ottimale d’interpretazione, nel grado di gratificazione concessa o d’implicita frustrazione, nei desideri e nell’inclusione o esclusione dei genitori. Non è inoltre infrequente il caso che l’analista infantile debba far ricorso alla sua personale abilità per trovare il modo e i mezzi, per controbattere il rifiuto o la refrattarietà del paziente a collaborare al lavoro terapeutico”.1.
Quanto qui riportato, è stato scritto da Anna Freud nella Presentazione del testo di Sandler, Tyson e Kennedy dedicato alla ‘Tecnica della psicoanalisi infantile’ del 1980. Per vari versi le cose stanno ancora così. Alla psicoanalisi infantile e alla psicoterapia infantile non è stato dato ancora quel riconoscimento che spetterebbe loro di diritto, rispetto a quanto è universalmente riconosciuto in ambito adulto. Come disse la prof.ssa Fava, docente a Padova di Neuropsichiatria Infantile, nel corso di laurea di Psicologia, in un convegno a Gorizia diversi anni fa, ‘la psicoterapia infantile è la cenerentola delle psicoterapie’. La cosa mi colpisce ancora di più sul piano personale perché di questo ho avuto la fortuna di poterne parlarne a suo tempo, con il prof. Gianmario Balzarini, fondatore di questa scuola e uno dei miei formatori. A quel tempo, parlo inizio anni 80′, l’Analisi Immaginativa muoveva i suoi primi passi2, e com’era prevedibile, la storia si ripete come per la psicanalisi, in ambito adulto. Io ero l’unico di quel corso che m’interessavo di età evolutiva e, su suo suggerimento, ho cercato di dare un’applicazione dell’Analisi Immaginativa in ambito evolutivo. Purtroppo la sua prematura scomparsa ha bloccato di fatto quest’opportunità di ricerca e sviluppo. Per quanto mi riguarda questa idea, non ha cessato di alimentare in me riflessioni e pensieri. Qualche anno dopo si è costituito a Padova, in maniera del tutto fortuita, un gruppo di professionisti che operavano in ambito evolutivo. E lì, all’interno di questo gruppo, ha preso vita quello che abbiamo chiamato Laboratorio per l’immaginario3. Esso, molto ha mutuato dall’Analisi Immaginativa e, come per l’Analisi Immaginativa, il Laboratorio per l’Immaginario risponde pienamente ai criteri che Balzarini aveva dichiarato nel suo lavoro del 19854 . Criteri che si rifacevano alle tre idee fondamentali che Freud aveva individuato quali elementi essenziali affinché un lavoro potesse essere definito “analitico”, e cioè:
- rendere conscio l’inconscio
- elaborare le resistenze e in particolare quelle di transfert
- creare condizioni ottimali per il funzionamento dell’Io
Inoltre anche il Laboratori per l’Immaginario è, come per l’Analisi Immaginativa, ” un metodo di psicoterapia psicoanalitica che, nell’ambito della relazione transferale, utilizza non solo il linguaggio verbale, ma anche quello delle immagini”;
ed in fine, anche nel Laboratori per l’Immaginario, come per “l’Analisi Immaginativa, è previsto che sia stimolata l’idea del movimento nello spazio immaginario in modo da provocare una rimessa in moto dei meccanismi bloccati e l’emergere d’immagini fantastiche che vengono tematizzate dai fantasmi inconsci. In questo lavoro di attualizzazione del mondo interiore il terapeuta si pone come un io ausiliario che accompagna e invita il paziente a sviluppare un atteggiamento attivo nei confronti delle situazioni di angoscia e di difficoltà”.
In definitiva, il Laboratorio per l’immaginario rientra a pieno titolo nel gruppo delle psicoterapie analitico-immaginative ed è da considerarsi quale luogo in cui si può dar rappresentazione, in un complesso gioco dinamico-relazionale, ai propri vissuti interni e ai propri stati emozionali. In altre parole è un luogo in cui si possono proiettare, dandone forma e sostanza, le proprie ansie, i propri desideri, i propri conflitti, cioè il proprio mondo interno e le dinamiche connesse.
Il Laboratorio per l’Immaginario, specie per quanto riguarda il suo utilizzo in età evolutiva, è una realtà in cui è favorita la possibilità di dar corpo a tutta una serie di produzioni plastico-figurative-narrative quali espressioni delle concretizzazioni e delle rappresentazioni delle strutture simboliche delle conoscenze e dell’immaginario del soggetto, nonché una realizzazione delle sue fantasie. Bion nei suoi scritti sottolineava più volte che il poter immaginare un’esperienza emotiva, come nel sognare, sono la base per la trasformazione dei processi introspettivi 5. E se non vi è la possibilità di pensare a quell’azione, se non vi è la possibilità di immaginarla, anche la sua realizzazione ne è impedita.
Il Laboratorio per l’Immaginario in età evolutiva dà la possibilità al bambino di pensare azioni “possibili”; “possibili” che non sono da intendersi nel senso reale del termine ma quale movimento dinamico interno rispetto l’impossibilità di pensare azioni; egli dà così realizzazione ad alcuni suoi pensieri, a sue fantasie e desideri, operando concretamente su queste realizzazioni, senza necessariamente dargli una veste verbale.
Sia per quanto teorizzato da Bion, sia per quanto evidenziato dalla pratica clinica, l’operare su queste azioni/immagini pensate nel caso dell’adulto, realizzate attraverso il gioco, i disegni, la plastilina, ecc. per quanto riguarda il bambino, determina la possibilità di indurre trasformazioni nei processi interni collegati all’immagine concretizzata; tutto questo dà altresì corso a nuovi apprendimenti che attivano variazioni nei modelli interni presenti nel soggetto6.
Un linguaggio simbolico condiviso
Il Laboratorio per l’Immaginario per quanto detto sopra, dà la possibilità di creare e fissare su materiale concreto parti ed elementi del proprio mondo interno. Queste parti interne possono così essere viste, descritte, esplorate, ecc… anche da “altri”, oltre che dal soggetto stesso. Si ha così a disposizione un materiale, e più ampiamente un “linguaggio”, condivisibile. Condivisione che nasce nel momento in cui vi è la “consegna”, attraverso una descrizione, un racconto, o quant’altro del proprio elaborato al terapeuta. Tale ‘consegna’ può avvenire attraverso varie forme e modi che vanno al di là di quelle verbali, e questo grazie alla possibilità di dar corpo ai propri pensieri ed emozioni attraverso modalità di tipo grafico-pittorico, o esecutivo-costruttivo, o motorio-narrativo come nel gioco. Tale produzione, tale ‘oggetto simbolo’, può così essere conservato, distrutto, modificato ecc. ma comunque una traccia è stata lasciata, reale e concreta. Questo dà la possibilità, eventualmente in un secondo momento, di poterla RI-cercare, RI-trovare, RI-utilizzare e a volte, quando la si è distrutta, Ri-creare.
L’utilizzo di modalità immaginative, associate a quelle verbali, facilita nel bambino la comunicazione delle angosce senza doverle dichiarare “direttamente” evitando così, almeno in parte, i sensi di colpa, le inibizioni, ecc… che sarebbe costretto a sperimentare in prima persona se le dovesse manifestare “in diretta”.
Per quanto riguarda la relazione terapeutica è, specie nel primo periodo della terapia, “deliberatamente” orientata verso la gratificazione, la rassicurazione e il riconoscimento della positività del fare del bambino, questo per permettergli di “osare di dire”, di “osare di fare”. “Osare di dire” e “osare di fare” per il solo piacere di “osare”, al di fuori di qualsiasi modello valutativo e prestazionale. Successivamente l’agire terapeutico consisterà nel cercare di cogliere ciò che nell’oggetto creato è in attinenza all’aspetto del reale, del concreto, da ciò che vi è contenuto a livello del vissuto da parte del soggetto, e ove possibile cercare di “dividere”/”separare” il contenitore dal contenuto. E’ questa la fase della “interpretazione”, che come ben dichiara Winnicott in “Gioco e realtà”, non è detto che debba essere sempre e solo verbale, ma una psicoterapia può avvenire anche senza interpretazione 7.
Mettersi dentro la scena
Ciò che è cruciale nello sviluppo di una psicoterapia attraverso il Laboratorio per l’Immaginario, come nell’Analisi Immaginativa, sta nel fatto di riuscire a creare una situazione, che può esprimersi sotto qualsiasi forma immaginativa, in cui il soggetto si senta e si viva pienamente all’interno di quanto, sta succedendo. Allo stesso modo che accade a ognuno di noi quando ci sentiamo veramente all’interno dei nostri sogni. In quei momenti a noi sembra di sperimentare e vivere la “vera” e “reale” sensazione di cadere, di volare, di sentirsi soffocare, di provare il piacere della brezza che ci sfiora il viso, o l’arsura soffocante della sete in un caldo giorno d’estate. E’ questo lo scopo per cui lo psicoterapeuta del Laboratorio per l’Immaginario cerca di far in modo che ogni partecipante del Laboratorio, sia esso venga attivato in forma individuale o gruppale, cerci di “mettersi dentro “vivendo il più possibile le situazioni e gli stati emozionali che va rappresentando attraverso le sue realizzazioni. Via via, con il procedere del lavoro terapeutico, desideri, emozioni e angosce che prima erano relegate nelle zone più profonde del paziente, ora possono trovare una loro via per essere esternalizzate, “agite” e giocate nello spazio (setting) del Laboratorio per l’Immaginario, dove tutto può essere, dove tutto può cambiare, dove tutto può succedere, come se si operasse all’interno di un sogno, “un sogno ad occhi aperti”8. Il Laboratorio per l’Immaginario diviene così una sorta di porta aperta nel registro fantasmatico, dove i fantasmi interni trovano un modo per essere comunicati, mobilizzati, amplificati, trasformati lungo il tempo della psicoterapia.
1 Anna Freud, in ‘Presentazione’ in: La tecnica della psicoanalisi infantile, di J. Sandler, R.L. Tyson, H. Kennedy, ed. Boringhieri, Torino, 1983; prima ed. inglese 1980.
2 GianMario Balzarini, Identità dell’Analisi Immaginativa ed altri scritti – 1979-1986, in Riv. Italiana di Psicoterapia & psicosomatica, anno 17°, Cremona 2007
3 Simeti Francesco, La psicoterapia del laboratorio per l’immaginario con pitture e fiabein Riv. L’immaginale, n. 19, anno11°, ottobre, pag.154 – 164, anno 1995, ed. Grafema, Tavino (Le), 1999.
4 GianMario Balzarini, L’Analisi Immaginativa, in Riv. Psicoanalisi corporea, vol.1, ed. Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa, 2006
5 Bion W. R. ” Attenzione e interpretazione. Una prospettiva scientifica sulla psicoanalisi e sui gruppi.” Armando, Roma 1973
6 H. Segal in vari suoi scritti afferma che cambiando le fantasie relative agli oggetti si può “intaccare” la struttura dell’Io, cioè il modo di valutare la realtà e il suo costituirsi, vedi in: H. Segal, v. “La Fantasia Inconscia”; Introduzione all’opera di M. Klein, ed. Martinelli, Firenze, 1975
7 D.W. Winnicott, Gioco e realtà, pag. 98, ed. Armando,
“Io credo che il paziente faccia qualcosa all’analista e che l’analista faccia qualcosa al paziente “[...] “Riprendendo la questione dell’interpretazione allo potremmo tranquillamente dire che ciò che conta non è tanto l’interpretazione che decodifichi significati, quanto l’operazione di trasformazione delle identificazioni proiettive del paziente che la mente del terapeuta saprà o non saprà compiere, con tutte le sue relative contro-identificazioni, accoglienze, difese”, in W. R. Bion, Bion in New York and Sào Paolo, ed. Perthshire, Clunie Press, New York. 1980.
8 R. Desoille, teoria e pratica del sogno da svegli guidato, ed. Astrolabio, Roma, 1974
N. Fabre, Il triangolo spezzato, ed. Astrolabio, Roma, 1975
N. Fabre, L’immaginario in azione nella psicoterapia infantile, ed. Magi, Roma, 2004
Frammento clinico
MENTRE SI GUARDA INTORNO GIOVANNI VEDE UN PESCE SPADA SPUNTARE TRA LE ROCCE; VEDE SOLO LA CODA E DICE: – CHE COSA E’?
PASSA UN ALTRO PESCE COME LUI E ANGUILLINO GIOVANNI GLI CHIEDE; – QUELLA CODA DI CHI E’? –
L’AMICO GLI RISPONDE: – QUELLO E’ UN PESCE SPADA O UNO SQUALO –
INTANTO IL PESCE SPADA SALTA FUORI E VEDONO COS’E’
E’ MENO PERICOLOSO, MA…
LI INSEGUE E LORO SCAPPANO
SI VANNO A NASCONDERE IN UN BUCO, STANNO SOLO UN PO’ FUORI CON LA TESTA
INTANTO ARRIVA UNO SQUALO.
SI METTONO A COMBATTERE.
IL PESCE SPADA CON LA SUA SPADA E LO SQUALO USA I DENTI E LA CODA.
IL PESCE SPADA DA’ CON LA SUA CODA COME FOSSE UNA SBERLA, LO SBATTE CONTRO LE ROCCE E LO SQUALO CADE A TERRA. POI IL PESCE SPADA ARRIVA ALL’ATTACCO COSI’, DA DIETRO, E CON IL SUO NASO LUNGO LO INFILZA.
LO SQUALO FINISCE TRA LE ROCCE
IL PESCE SPADA POI SCOPRE CHE QUI CI SONO ANGUILLINO E IL SUO AMICO
IL SUO AMICO HA UN PO’ DI SCOSSA, VIENE FUORI, LA DA’ [una scossa] AL PESCE SPADA E LUI SCAPPA LONTANO.
DOPO L’AMICO VA A VEDERE LO SQUALO E ANGUILLINO GUARDA IL SUO AMICO E VA ANCHE LUI
LO SQUALO DICE: – ORMAI NON POSSO PIU’ VIVERE – ED E’ MORTO
L’AMICO DI ANGUILLINO VA A CHIAMARE IL PESCE DOTTORE, UN PESCE TUTTO NERO E SERIO: – CHI E’ CHE LO HA FATTO MORIRE? – CHEDE IL DOTTORE
UN PESCE SPADA E’ ANDATO VIA! – RISPONDONO
IL DOTTORE DICE CHE E’ MORTO. POI LO PORTA SOTTO IN UNA GROTTA DOVE LUI HA LE MEDICINE NASCOSTE E………DOPO UN PO’ LO SQUALO SI RISVEGLIA…VEDE ANGUILLINO E L’AMICO E DICE: – GRAZIE!!! –
E LO CURANO SEMPRE!
Alberto con questa storia si permette di dare uno sguardo alle fragilità, alle lotte, alle sofferenze, alle paure… che si agitano nel suo mondo interno.
Sceglie come personaggio un piccolo pesce con pochissime difese, un piccolo maschile che se ne va di qual e di là nel mare, confuso. Che riesce comunque a pensare ad un piccolo amico, amico sì, proprio come lui, che come lui si nasconde e in più ha solo un po’ di scossa.
Un personaggio che si preoccupa di qualcosa ancor prima che sia visibile, ancor prima di sapere se di minaccia si tratta. Spaventato e confuso, in un mare dove il meglio è il meno pericoloso .
Dove il combattimento è mortale e dove anche il dottore (introdotto dal terapeuta) non può curare veramente…… E si può solo ricorrere alla magia.
Non resta che nascondersi e rimanere solo un po’ fuori con la testa.
La seduta successiva partirà sempre da anguillino ma questi verrà ‘orienterà verso, UN FIUME UN PO’ ORGANIZZATO: con un porticciolo, una diga, un canneto…
E poi un paio di casette di abitanti vicini al fiume: la casa di un castoro e la casa di un ranocchio. Questo al fine di fornire ad Alberto la possibilità di scegliere tra due personaggi un po’più evoluti e attrezzati rispetto ad anguillino; un ranocchio, un animale di passaggio tra l’acqua e la terra, non tanto diverso da anguillino come consistenza, ma capace di tuffarsi nell’acqua e anche di vivere e saltare sulla terra; un castoro, un animale che pure vive tra acqua e terra, più grande e forte di anguillino; agile nuotatore nell’acqua e ben capace di rosicchiare rami per costruire solide dighe.
Alberto sceglierà (attraverso un processo di identificazione) il personaggio del ranocchio
Con lui approderà ad una piccola “base” su cui costruirà una casa di legno vicino al fiume.
La casa avrà una porta, con la chiave e intorno Alberto sistemerà una recinzione e un sistema di campanelli d’allarme; uno spazio protetto necessario alla sua scarsa forza dell’Io, ma in cui si può iniziare a tirare fuori un po’ più che la testa, come anguillino in mare … e la storia continua.








