L’Immaginario come agito nei bambini – L. Menoncello

SEMINARIO: Età evolutiva e immaginario

Relatrice: dott.ssa Lorena Menoncello

L’IMMAGINARIO COME AGITO NEI BAMBINI

Lavorando con l’analisi immaginativa con i preadolescenti, mi è capitato spesso, di veder affiorare immagini che si trasformano in una scena reiterata e concitata, come un agito.

Oggi porterò il caso di un bambino di 11 anni con cui si è presentato frequentemente l’utilizzo dell’agito nell’immaginario, tanto da costituire un ostacolo all’evoluzione del trattamento. Questa forma di difesa ha reso evidente come lo spazio immaginario di questo paziente non fosse uno spazio per sentirsi, per vivere, ma un’ espressione dell’impossibilità di pensarsi e sentirsi, una negazione dello spazio e del tempo.

Lo spazio immaginario in cui si sviluppa l’analisi immaginativa è riconducibile allo spazio transizionale di cui parla Winnicott. Quindi, si tratta di un’area intermedia né dentro né fuori dal bambino, che si sviluppa superando la fusione con l’oggetto e garantisce lo sviluppo del gioco creativo, l’uso dei simboli, l’esperienza culturale, l’espressione del vero Sé.

Quando lo spazio mentale non è uno spazio tridimensionale, aperto al possibile, l’ immaginario, come il gioco, appare ripetitivo e coatto.

Lo sviluppo dello spazio tridimensionale viene favorito dall’intervento del padre come terzo, che permette di separarsi dalla madre, e quindi poter avere un pensiero autonomo e creativo.

Ma i genitori di questo bambino, che chiamerò Federico, sono separati e la madre a cui è stato affidato boicotta la figura del padre, facendo del bambino il confidente. Il padre, d’altronde, ha abbandonato il figlio sia affettivamente che economicamente, spingendolo ad appoggiarsi esclusivamente alla madre.

In questa famiglia, già prima della separazione, avvenuta da due anni, la relazione primaria tra madre e figlio non ha trovato un padre capace di spostarla su uno spazio tridimensionale. E quando vedo il bambino, la relazione oscilla dal bidimensionale ad un Edipo mai superato completamente.

Il bambino sembra spesso identificarsi adesivamente alla madre, di cui ripete le frasi e le espressioni . Non vuole più allontanarsi dal lei, fino al punto di poter dormire solo nel lettone. La dipendenza reciproca esclude anche la possibilità di esprimere la rabbia all’interno del rapporto, e si può osservare come venga fatto un uso massiccio di proiezione dell’aggressività da parte di entrambi all’esterno, su oggetti totalmente cattivi (come il il padre), così da mantenere gli oggetti buoni separati e incontaminati.

Nell’immaginario, per esempio, compare continuamente una battaglia tra buoni (gli italiani) e i cattivi (i tedeschi) dai quali bisogna sempre difendersi. Sembra un’interiorizzazione dei genitori separati che si scontrano e Federico che cerca continuamente di tener ben difese le parti buone che identifica con la Madre Patria. La conflittualità interna lo paralizza e lo stanca.

Tutto questo si traduce in una patologia del bambino che si manifesta con vari disturbi del comportamento: Federico è apatico, ha un rifiuto della scuola, difficoltà nella socializzazione, turbe della sfera alimentare e del sonno. Problematiche per le quali viene portato da me.

L’intervento psicologico, nel periodo della preadolescenza è spesso molto difficile, raramente i bambini descrivono verbalmente i loro stati emotivi e spesso alla domanda “come stai?” rispondono semplicemente con un veloce: “sto bene, tutto ok”. Inoltre per Federico trovare uno spazio per pensarsi diverso dalla madre viene vissuto come fonte di pericolo per l’emergenza pulsionale. Per questo ho ritenuto utile l’utilizzo dell’immaginario.

Con lui qualche volta uso le immagini che mi porta spontaneamente, altre volte delle immagini di Balzarini.

E proprio nell’immaginario emerge l’agito come difesa sulla quale poi intervenire.

Un giorno Federico è sdraiato sul lettino, mi dice che è stanco, pur non avendo fatto niente, non ha voglia di fare niente; lo invito a lasciare che un’immagine emerga dalle sensazioni che prova. Si tratta dell’ennesima battaglia tra buoni e cattivi, mimata, ed esasperata con smorfie e versi da videogioco, ambientata in una zona disastrata e desolata. Una battaglia che non finisce mai. Non c’è una vera storia, non c’è una vera evoluzione. Lo invito a disegnare questa battaglia, per dare almeno sul foglio bianco un po’ di spazio a quello che c’è o non c’è. Anche nel disegno compare una sequenza “infinita” di esplosioni, di arti mozzati, di urla, di crolli. A quel punto intervengo e chiedo che mi racconti dei singoli soldati (sia i buoni che i cattivi), gli chiedo di descriverli, di guardarli in faccia, di identificarli. In questo modo evito la riproduzione coatta e favorisco la definizione di uno spazio, di un tempo, di un’ identità e dei suoi vissuti emotivi. Dopo un po’ che facciamo questo lavoro, Federico comincia a parlarmi della depressione della madre, la quale non ha più voglia di vivere e di far nulla; mi racconta di come sia difficile vivere con lei. Mi parla anche di quello che a lui piacerebbe fare. Quindi, identificando le singole figure dell’immaginario, compare un po’ di spazio per evolvere da un’identificazione adesiva ad una nuova percezione di sé e del proprio dolore, anche ritrovandosi tra il sangue e le macerie, ma ritrovandosi.

Nella seduta successiva mi parla ininterrottamente di Vegeta e Goku; due guerrieri di un cartone animato giapponese (Dragon Ball) che si sfidano sempre per vedere chi è più forte. Mi spiega che quando si fondono insieme (diventando Gogeta) non c’ è più competizione, si sommano i loro super poteri e non esiste più né GoKu né Vegeta, perché avviene una sintesi delle loro individualità. Alla mia domanda “con chi vorresti diventare Gogeta?” risponde il nome di un compagno, arrossisce e poi con evidente imbarazzo mi dice che non ne vuole parlare. Vegeta è vanitoso e strafottente, ma è anche quello ferito nell’orgoglio, Goku è buono ma qualche volta sa anche arrabbiarsi. Insieme sono più forti, come si è più forti quando si supera la scissione.

In questa specifica età (11 anni) si può notare come l’apparire del coetaneo o del gruppo di pari favorisca l’uscita dalla difesa patologica. Ma Federico ancora non se lo permette e ne ha paura.

Poiché è il compagno è una parte importante di sé da riconoscere, con cui entrare in contatto ed integrare, decido di proporgli l’immagine di Balzarini dell’ombra.

Nella seduta successiva ancora arriva stanco e dice che va tutto bene.

Sul lettino, dopo una breve messa in condizione, gli propongo: «Ti trovi in un ambiente nel quale vicino a te si aggira un’ombra»(L’ombra è quella definita da Jung: è la parte in ombra della nostra persona). Subito Federico dice: “In una città’ semidistrutta, sto camminando con i miei amici, la mia squadra. Sento dei rumori. Entriamo in un palazzo e saliamo all’ultimo piano per poter vedere dall’alto. Non vediamo niente, come se l’ombra si fosse dileguata. Scendiamo e stiamo molto attenti, c’è’ un carro armato in mezzo alla strada, sentiamo un sibilo e poi il carro armato salta in aria. Noi ci rifugiamo in municipio dove ci sono molti alleati. L’ombra si aggira nelle stanze del municipio, la seguiamo e la becchiamo. Quest’ombra e’ un cagnolino.” Gli chiedo di parlarmi del cagnolino:” E’ un bracco italiano. Ha una zampetta ferita.” Per farlo entrare in contatto con la sua ferita, gli chiedo ulteriori informazioni sul cagnolino. “Cerca protezione e cibo, se lo accarezzo sento il pelo molto corto e ispido. Lo porto al comandante, ce ne prenderemo cura noi. Può’ diventare la mascotte della compagnia.

Una volta attuata la ripresa, Federico chiede di poter rappresentare la scena con il Dido.

Mentre manipola la pasta colorata, mi parla con entusiasmo delle prossime vacanze al mare e del fatto che per il prossimo anno scolastico vuole impegnarsi molto. Mi racconta che durante questo periodo ha letto un paio di libri.

Ecco che inizialmente, come diceva Balzarini, si ritrova nell’immaginario del paziente una riedizione delle figure genitoriali o delle parti dei genitori interiorizzati, dei quali viene messa in atto la rappresentazione adesiva. Poi da una situazione di immaginario coatto di ripetizione esasperata, si può gradualmente far emergere altre parti di sé che devono venir riconosciute e recuperate, aprendo delle possibilità nuove di integrazione individuale.

Così, senza fare delle particolari interpretazioni sul materiale emerso, lascio che Federico esplori ed aumenti il suo spazio d’azione, sperimentando ed integrando parti temute all’interno di un luogo protetto (il municipio/studio) dove si può sperimentare che la parte ferita, dapprima tanto temuta, può essere affrontata e integrata e può diventare la propria mascotte.


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