La capacità rappresentativa della mente – V.Blasi
Intervento della dott.ssa Valeria Blasi
Cremona, 27 settembre 2008
La possibilità e l’impossibilità della mente di rappresentarsi le emozioni: la psicoterapia come sviluppo della capacità rappresentativa della mente.
Abstract
La relazione tratta il tema dell’immaginario considerandolo dal punto di vista Bioniano come espressione della pensiero onirico della veglia descritto da Bion, prodotto della funzione alfa che consente alla nostra mente di rappresentarsi le sensazioni e le protoemozioni che viviamo. Ci saranno alcuni esempi clinici in cui si vede da un lato l’importanza, nella terapia con i bambini, di utilizzare modalità evocative e rappresentative per trasformare le angosce del paziente, e dall’altra le difficoltà che si possono incontrare in tutte quelle situazioni in cui è proprio la rappresentabilità, l’immaginario, ad essere inaccessibile. Situazioni cliniche in cui o per effetto di emozioni troppo intense, o per difficoltà intrinseche del paziente, il terapeuta si ritrova di fronte ad un’impossibilità di rappresentazione delle emozioni oppure in presenza di rappresentazioni molto primitive e poco evocative.
L’idea di questo mio intervento mi è venuta in seguito ad un seminario di Correale in cui mi aveva colpito la sua definizione di coscienza. Correale ha definito la coscienza come la funzione della mente che mette insieme l’esperienza con la capacità di rappresentarla. Il suo seminario parlava poi degli stati di dissociazione in cui vi è un alterazione dello stato di coscienza in seguito ad uno stato intenso di emozioni tale da far si che queste non possano più essere rappresentate.
Il motivo per cui la definizione di Correale mi ha colpita è perché, a mio modo di vedere, uno degli obiettivi di una psicoterapia, è proprio quello di aiutare il paziente a rappresentarsi quello che sta vivendo. E’ per questo che oggi vorrei affrontare l’argomento dell’immaginario nell’età evolutiva considerandolo come strumento di lavoro importante, in grado di aiutare il paziente a rappresentarsi l’esperienza che sta vivendo. In altre parole, l’immaginario come il frutto della funzione alfa descritta da Bion, che costantemente, al di là della nostra volontà e consapevolezza, consente di trasformare gli elementi beta legati all’esperienza sensoriale in elementi alfa, che sono dei pittogrammi cioè degli engrammi visivi, utilizzabili dal pensiero e che costituiscono il pensiero onirico della veglia. Questi elementi alfa sono a noi sconosciuti ma quello che noi consciamente siamo in grado di vedere sono i derivati narrativi degli elementi alfa che possono essere rappresentati da un racconto, un disegno o qualsiasi comunicazione “evocativa” del paziente. Il pensiero onirico della veglia, è un concetto molto importante introdotto da Bion, che sposta il focus dell’intervento psicoterapeutico dai contenuti portati dal paziente, agli strumenti che consentono lo sviluppo del pensiero. Nella terapia dei bambini ci troviamo spesso di fronte ad immagini vere e proprie, comunicate attraverso disegni o giochi, che già visivamente ci comunicano come la mente del bambino si sta rappresentando quello che sta vivendo in quel momento. La capacità e la modalità del bambino di rappresentarsi dipende da tanti fattori relativi alla sua storia personale, al suo mondo interno per dirla con termini kleiniani, ma anche dalla relazione con il terapeuta nella seduta. Il focus del mio intervento sono quelle situazioni in cui le emozioni non sono rappresentabili, la mente del soggetto non è in grado di rappresentarsi ciò che sta vivendo. Questo può avvenire per vari motivi, o perché in preda ad emozioni troppo intense, o per un deficit nella funzione alfa.
Le situazioni in cui, in seduta, ci troviamo di fronte ad un “blocco” o comunque un’impossibilità del paziente, e molto spesso anche del terapeuta, di raffigurarsi visivamente quello che sta succedendo sono molto importanti perché da un lato ci segnalano le difficoltà più importanti del soggetto, cioè le sue angosce più profonde, dall’altro rappresentano l’area di lavoro in cui il soggetto ha più bisogno di essere aiutato. Queste situazioni sono spesso molto difficili per il terapeuta perché, venendo a mancare l’apporto dell’immaginario del soggetto, si ritrova come un conducente d’auto cui improvvisamente di notte si spengono i fari, costretto a guidare al buio, senza conoscere la strada con la paura di incappare in ostacoli pericolosi.
Vorrei esporre alcuni casi clinici in cui, quanto detto sopra è molto evidente.
I
Il primo caso è un bambino di 8 anni, che chiameremo Guido, che vedo da circa un paio di mesi perché in preda ad angosce di separazione dalla madre. Ha il terrore di lasciarla quando va a scuola.
L’ultimo giorno di terapia prima delle vacanze estive, Guido, che nel frattempo sta molto meglio relativamente al suo disturbo, arriva chiedendomi se è proprio l’ultimo giorno di terapia. Poi mi dice che ha sentito da un suo amico che è stato scoperto in Amazzonia un popolo di primitivi, primitivi perché non hanno ancora scoperto la parola “cioè non sono come noi, non sanno come dire le cose”. Mentre mi dice queste cose a me viene da pensare a me e lui ancora in una fase primitiva della terapia in cui non siamo ancora riusciti a trovare le parole per parlare della separazione, e quindi della sua angoscia più profonda, ma anche che siamo di fronte ad un emozione intensa che ancora non ha parole. Tutto questo però può essere visivamente rappresentato con il popolo di primitivi. La seduta continua con Guido che vorrebbe costruire una lancia come quella che usa questo popolo di primitivi (eccoci dunque che stiamo passando alla fase in cui siamo alla ricerca di uno strumento per affrontare la situazione). Mentre Guido costruisce con la carta la lancia, guardiamo il suo operato e a me sembra che assomigli ad una penna, tipo penna stilografica con il pennino, lo comunico a Guido. Guido a sua volta dice che è vero, anzi sembra un becco d’oca, aggiunge lui. Continuando la costruzione Guido comincia a raccontarmi che oggi era l’ultimo giorno di scuola, e c’erano dei suoi compagni che lui non avrebbe più visto perché cambiavano scuola. Mi dice anche che alcuni suoi amici avevano anche pianto per questo!!! Commento che sembra un momento un po’ triste per questi saluti. Guido annuisce.
Questo caso, secondo me, esprime bene l’operare della funzione alfa, cioè l’operare della mente per rappresentarsi le sensazioni esterne ma anche interne. Il popolo primitivo come sensazione ancora senza nome che pian piano si trasforma in una penna e poi in una bocca, come preludio alle parole che parlano della tristezza di salutarsi.
Ho voluto fare questo esempio per far vedere come può essere relativamente semplice guidare quando si hanno tanti elementi “visivi” che ci indicano la direzione in cui procedere. In questo caso sembra che la mia funzione sia stata più che altro di accompagnare e sostenere Guido nella sua scoperta delle parole.
II
Voglio fare un altro esempio, tratto dalla terapia dello stesso bambino, alcune settimane prima, in cui invece, l’immaginario non è potuto emergere.
Guido arriva un giorno e la madre mi dice che è molto angosciato perché deve fare un esame d’inglese e questa cosa lo ha messo in uno stato di agitazione molto intensa. Questa comunicazione ha messo anche me molto in agitazione, anche io sento come se dovessi assolutamente fare qualcosa di urgente. In quella seduta Guido non disegna ma parla, analizziamo i vari aspetti dell’esame, della sua paura di quanto lui ci tenga ad essere bravo. Mentre parliamo Guido fa degli scarabocchi, dei ghirigori, intricati, come le nostra parole. Al termine della seduta, in seguito alle mie parole che non hanno per nulla aiutato Guido, mi chiede se può strappare un cartoncino che ha in mano!!!
Sento di non aver aiutato per nulla Guido, anche perché le mie parole erano molto cerebrali e poco evocative, testimoniavano una scarsa possibilità di rappresentarci quello che stava succedendo in seduta. Gli scarabocchi di Guido erano forse la cosa più evocativa dell’intrico di parole che avevamo messo in campo. Parole però che non hanno consentito di trasformare l’angoscia di Guido, ma lo hanno solo costretto a ragionarci su, senza trovare sollievo. Questo esempio secondo me è importante per due cose, la prima perché ci fa vedere come quando l’angoscia è molto intensa è difficile per la mente rappresentarsi quello che sta vivendo, e secondo perché fa vedere l’importanza dell’immaginario nella trasformazione delle angosce. In altre parole, le parole di per sé, se non sono evocative o comunque espressione di una modalità rappresentativa della mente, rischiano di essere vuote e di non consentire la trasformazione dell’angoscia. Questo perché siamo in presenza di un -k, per dirla con Bion, cioè di una situazione in cui la conoscenza non passa attraverso una vera esperienza.
III
Vorrei introdurre un’altra scena clinica in cui l’immaginario e la rappresentazione delle emozioni avviene con modalità molto particolari.. Federica è una ragazzina di 11 anni affetta da un lieve ritardo mentale con chiari aspetti autistici. Prima di iniziare una psicoterapia con me, era stata seguita mediante interventi di riabilitazione, con l’intento di aumentarne le capacità cognitive. Sin dal primo colloquio con Federica mi rendo conto che instaurare una relazione con lei è molto difficile, non parla di sé, e a qualsiasi domanda lei risponde che va sempre tutto bene. In seduta con lei le mie parole suonano sempre false, stonate, fuori luogo. I primi tempi del nostro lavoro Federica colorava un libro di disegni per bambini di 3 anni che aveva trovato nel mio studio. Pian piano passiamo dal colorare al gioco degli scarabocchi di Winnicott. Le prime volte la cosa si volgeva in questo modo, io facevo uno scarabocchio e Federica lo completava e gli dava un nome, e poi toccava a lei fare lo scarabocchio e a me completarlo. Il compito di affidare il nome al disegno che ne veniva fuori era sempre di Federica. In questo gioco, per una serie di sedute, ho provato una frustrazione tremenda, io facevo uno scarabocchio e Federica lo completava chiudendo per esempio un cerchio o una linea e poi lo chiamava “scarabocchio”, mentre io mi affannavo a dare una forma reale ai suoi scarabocchi, che quindi diventavano case barche persone etc… Ad ogni mio disegno Federica mi restituiva uno “scarabocchio”. Un giorno, al culmine della mia frustrazione, comincio a guardare gli scarabocchi di Federica con un occhio diverso. Mi sembrano come dei segnalatori di direzione ed intensità. Una linea verso l’alto non è solo uno scarabocchio, ma qualcosa che mi segnala un’intensità crescente. Quel qualcosa è indefinibile per il momento, perché non ha ancora una forma definita, né tanto meno un nome, ma è comunque un elemento visivo in grado di comunicarmi un movimento. Federica continua a propormi linee ondulate o dritte che vanno in su o in giù, e io continuo a guardarle come indicatori di una sensazione che si muove. Al mio turno di disegnare non mi affanno più a dare una forma ma cerco di seguire la direzione indicatami da Federica. Anche io faccio solo “scarabocchi”, anche se però cominciano ad avere un abbozzo di senso, in quanto indicatori di qualcosa che si muove. L’atmosfera cambia nella seduta, perché pian pianino queste linee cominciano a combinarsi e a formare della lettere. Le lettere si combinano a formare una parola e poi una frase “mi mancherai”. Ecco che finalmente, durante l’ultima seduta prima delle vacanze estive, le sensazioni indefinite con cui mi ero imbattuta avevano assunto una forma definita ed anche un livello di astrazione tale da comunicare un sentimento vero e proprio.
Questo caso l’ho portato perché secondo me rappresenta bene quelle situazioni in cui, in presenza di un deficit o comunque di una difficoltà della funzione alfa, ci ritroviamo con degli elementi alfa che sono poco o per nulla evocativi, con degli elementi che ricordano più delle sensazioni indefinite che una vera rappresentazione di emozioni e stati d’animo. L’elemento critico, in questo caso, è stato riuscire a trovare un modo per rappresentarmi io qualcosa che non sembrava avere nessun connotato di rappresentabilità, elementi molto più vicini ai beta che agli alfa di Bion.
IV
Vorrei esporre un ultimo caso, quello di una ragazza di 20 anni con un grave disturbo del pensiero, che chiamerò Viola. I primi mesi della terapia con Viola sono stati caratterizzati da “balletti” e da “teatro”: Viola in seduta riusciva solo a fare dei movimenti sgraziati, goffi che non sapevo come guardare e che lei chiamava balletti, e raccontava storie che a me sembravano senza nessun nesso logico. Erano strane storie che parlavano di gelosie e tradimenti ma che non sembravano avere nessuna trama comprensibile. Dopo circa 3 anni di terapia, le cose sono molto cambiate Viola ora mi racconta le sue storie, mi racconta delle sue avventure con il suo cane e con i suoi familiari. Ci sono momenti però in cui, in presenza di angosce intense, ancora si ripresentano momenti in cui il suo ed il mio pensiero si annullano e non sembrano esserci parole o immagini per rappresentarsi quello che sta succedendo. Ecco un esempio: Viola arriva con 10 minuti di anticipo in seduta. Aspetta in sala d’attesa e poi entra. Passiamo dei lunghi minuti in cui Viola non solo non mi parla ma non mi guarda neanche. Sfoglia sfrontatamente un giornale di annunci immobiliari!!?? E fa come se non esistessi. Io vengo presa da una specie di torpore e annaspo, sento che è arrabbiata con me e penso che sia per il fatto che l’ho fatta aspettare ma so anche che se le dico questa cosa non l’aiuterà a trasformare questo sentimento. Dirle che forse era arrabbiata per il fatto di avere aspettato non l’avrebbe aiutata a rappresentarsi questa esperienza, e molto probabilmente mi avrebbe risposto in maniera difensiva qualcosa tipo “no per niente!”. Mentre sono li che penso mi viene l’immagine di una bambina corrucciata che aspetta la madre dal parrucchiere: ecco finalmente un’immagine che mi dice come sto vivendo io questo momento!!! Un’immagine spontanea, un sogno da sveglia in seduta (pensiero onirico della veglia). Mi viene da sorridere. Poco dopo Viola mi dice “questa mattina il mio cane si è svegliato alle 5 e io l’ho picchiato, perché era troppo presto e io volevo dormire!!!!” Sono praticamente basita, perché ho la sensazione che sia bastato mettere in funzione la mia funzione alfa, la mia capacità sognante per consentire a Viola di fare lo stesso!! In seguito a questa comunicazione finalmente l’angoscia di Viola si è trasformata e ha lasciato spazio alle parole.
Questo esempio, secondo me, è importante perché parla di quelle situazioni dove non sono solo l’emozioni intense che possono compromettere la capacità della mente di rappresentarsele, ma è anche la funzione alfa stessa che è “malfunzionante” o comunque sembra essere stata non bene introiettata. Ma quello che a me colpisce molto, nella terapia con pazienti di questo tipo, è come, in presenza di una funzione alfa che potremmo definire sussidiaria, vicariante di supporto, anche la funzione alfa del paziente si rimetta in funzione!!!! La funzione alfa a cui mi riferisco è proprio una capacità sognante, cioè la possibilità di entrare in contatto con delle rappresentazioni mentali molto vicine agli elementi alfa del sogno. Ed è proprio l’attivazione di questa funzione da parte del terapeuta in seduta che secondo me è molto importante, perché in qualche modo riattiva la stessa funzione nel paziente. Per concludere vorrei citare una frase di Ogden che nel suo libro l’arte della psicoanalisi dice “una persona si rivolge ad uno psicoanalista perché si trova in uno stato di sofferenza emotiva che non è in grado di definire e di sognare. Fino a quando l’individuo è incapace di sognare la sua esperienza emotiva, l’individuo non può cambiare, non può crescere….. Il paziente e analista s’impegnano in un esperimento..che ha lo scopo di creare le condizioni nelle quali l’analizzando possa migliorare la sua capacità di sognare”.