Il gioco del riso soffiato – A.Gaeta
Intervento della dott.ssa Antonia Gaeta
Cremona, 27 settembre 2008
La modalità di lavoro con i bambini che proporrò oggi, è frutto dell’elaborazione delle mie esperienze in questi anni, riguardanti sia la pratica clinica con bambini e adulti, sia il mio lavoro di approfondimento e ricerca personale.
Essenzialmente il mio interesse è stato rivolto all’importanza di introdurre “il corpo in psicoterapia”, il corpo come oggetto psichico per eccellenza, come dice Sartre. A questo riguardo le esperienze di danzaterapia e teatro mi hanno aperto una amplia riflessione. Il lavoro di animazione teatrale svolto con i bambini è stato altresì illuminante. La scuola di analisi immaginativa inoltre mi ha permesso di ordinare e coordinare le mie esperienze in una metodica di lavoro che dà spazio all’arricchimento personale. Non ultimo l’incontro con la terapia delle sabbie e la riflessione con la dottoressa Paola Manzoni e Marisa Callegari sull’argomento e sulla possibilita’ di elaborare un metodo che unisse le parti salienti dei vari approcci.
L’incontro con il bambino ci permette di entusiasmarci per le sue capacità immaginative, la dimestichezza con cui entra nel gioco e si dimena tra fantasia e realtà, dove ciò che conta non è segnare il confine fra i due mondi, ma fare esperienza con qualcuno che con uno sguardo attento e una attenzione fluttuante lo accompagna. L’incontro con la sofferenza del bambino ci mette di fronte al fatto che nulla è scontato, nessun passaggio e quando il senso di sicurezza, di fiducia di cui il bambino ha bisogno per fare quella esperienza di integrazione e non integrazione, di personalizzazione e primitiva relazione d’oggetto di cui parla Winnicott, viene minata, ecco che allora non è scontato neppure per il bambino lasciarsi andare al gioco dell’immaginario, muoversi nello spazio relazionale con la spontaneità che dovrebbe essergli propria.
IL GIOCO DEL RISO SOFFIATO
Il gioco del riso soffiato è nato dalla mia partecipazione emozionata al gioco entusiasmante dei bambini, che chiedono all’adulto di “giocare” nel loro spazio immaginario. Giocare è “fare insieme delle cose” per crescere. Vedere e ascoltare i bambini mi ha dato la percezione che ci fosse bisogno di offrire al bambino uno spazio protetto e libero in cui fare quell’esperienza fondamentale che permette di passare dal corporeo al mentale e di integrare i due mondi attraverso il gioco del fare e dell’immaginare. Ho potuto constatare come bimbi poco vitali, insicuri, a cui era mancato l’elemento di protezione e sicurezza materna, si rinvigorissero nel gioco del prendersi, o del nascondersi per essere cercati, o nel gioco del lanciarsi gli oggetti. Ho sentito quanto mi chiedevano di muovermi con loro nella drammatizzazione delle loro emozioni. Per questo ho riflettuto sulla necessità di offrire loro uno spazio che implicasse il corporeo nel gioco stupendo dell’immaginazione. Uno spazio libero e protetto, che potesse diventare spazio transizionale in cui si svolgono drammi e gioie e si può stare insieme. Ho osservato spesso le mie figlie giocare con il riso soffiato, vivere con fermento e vitalità le storie dei loro personaggi, e attraverso questo gioco, forti della mia presenza cercare risposte e spiegazioni ai loro perché della vita. Le ho viste crescere anche attraverso le modalità con cui si avvicinavano a questo gioco.
Il piacere insito nella manipolazione del materiale, la tendenza dei bambini a spalmarselo addosso, a tenerlo in mano a manipolarlo, oltre alle possibilità di gioco che offre, mi hanno indotto a proporre il gioco del riso soffiato come momento importante di ascolto del bambino, come spazio in cui l’immaginario può svolgersi ed essere condiviso, come avviene per l’immaginario nelle sedute dell’immaginario evocato da associazioni a partenza corporea.
Il contenitore permette di limitare in uno spazio determinato l’esperienza e di contenerla in tutta la sua drammaticità.
I bambini trovano nella stanza adibita alla terapia oltre ad un cavalletto da pittore munito di tempere e pennelli, travestimenti, posticini per nascondersi, un contenitore con dentro del riso soffiato, avvicinato a mensole sulle quali sono presenti ogni sorta di personaggi del mondo vegetale, umano e animale oltre a casette, castelli e oggetti vari. Presento la stanza al bambino da subito anche se i primi due incontri sono in genere dedicati ai disegni classici (disegno della persona, e della famiglia). Il bambino può scegliere come e quando avvicinarsi al riso soffiato, di solito avviene repentinamente e difficilmente i bambini scelgono altre modalità di comunicazione. Permetto la scelta dei linguaggi da utilizzare anche perché mi rendo conto che il riso soffiato è un momento importante di rappresentazione dello spazio immaginario del bambino. Questo spazio del riso soffiato risveglia sicuramente a livello cenestesico contenuti arcaici, che riguardano il rapporto corpo a corpo con la madre, la bramosia e l’aggressività dell’esperienza. Risveglia le sensazioni più arcaiche, le emozioni pure e poco verbalizzabili, permette un ritorno al biologico, al primitivo rapporto con il materno. Ci sono bambini in cui la scissione mente-corpo, eros e aggressività è talmente marcata che per loro risulta difficile accettare il riso soffiato come modalità espressiva da subito.
Il contenitore del riso soffiato è grande pressappoco come un lettino dei bimbi piccoli, più lungo di una culla .Ho potuto constatare che l’impulso dei bimbi e’ anche quello di rotolarsi dentro o immergerci la faccia o altre parti del corpo, quindi ho ritenuto opportuno permettere loro tale esperienza. Attraverso i vari casi seguiti con questa tecnica, ho notato che il momento in cui il bimbo si permette l’esperienza di accostarsi col corpo al riso soffiato (a volte ci entra dentro) risulta essere una tappa importante nello sviluppo della relazione psicoterapica. Il bambino integra nel rotolarsi il livello immaginario corporeo, legato alla sensazione, a quello mentale, che ne è una derivazione, in una sorta di spazio transizionale che è lo spazio del gioco e dell’immaginario vissuto.
Questo spazio diventa lo spazio transizionale d’incontro e di gioco tra terapeuta e bambino in cui il bimbo anche attraverso la partecipazione corporea che segue la sua immaginazione e drammatizzazione comunica se stesso. Il bambino è attivo e intero nella drammatizzazione del suo spazio immaginario
Il contenitore è appoggiato a d terra, si pone in continuita’ con il suolo su cui e’ appoggiato, propone una continuità con il suolo. Ho voluto con questo mantenere una sorta di attaccamento al suolo, alla terra, diciamo, alla dimensione orizzontale. Nelle esperienze di danzaterapia infatti ho potuto constatare quanto ri-sperimentare questa dimensione sia importante, è diverso dalla posizione verticale, la posizio0ne orizzontale, sdraiati sul terreno, riporta a vissuti primitivi. I bambini giocano spesso completamente sdraiati a terra .
La figura del terapeuta è quella di ascoltatore partecipe emotivamente. L’introduzione del terapeuta all’interno dell’immaginario porta un senso, aiuta la possibilita’ di insight, permette al bambino di integrare parti scisse, e , di riprendersi, cio’ che a volte butta via, perche’ era stato buttato via.
Oggi vi porterò il caso di un bimbo adottato di 5 anni, seguito da me anni fa. I genitori hanno chiesto una consultazione, perché spaventati dalla confusione di identità di questo bambino che propendeva verso modelli femminili . Amava vestirsi da femmina, ingioiellarsi, non disegnava se non, raramente, figure femminili.
Dai vari colloqui con i genitori emerse una grave situazione conflittuale specialmente riguardante la madre, nel rapporto con questo bambino. Questa mamma si sentiva persa, delusa da se stessa, delusa dal bambino che la faceva sentire inutile, sola e impotente. “Con questo bambino mi sento sola”, mi disse quasi piangendo, “mi vergogno di chiedere aiuto”. Poco gratificata rispetto al ruolo materno nel quale aveva investito moltissimo, spaventata dalle tendenze femminili del bambino, la madre cominciava al momento della consultazione, a sentirsi frustrata. Il bambino adottivo purtroppo, subisce sempre una frattura nella continuità corpo- mente in epoche precoci dell’esistenza. Il “buco ” del sé non può essere colmato in modo onnipotente, come in effetti i genitori adottivi cercano di fare in una sorta di “io ti salverò”. Deve essere piuttosto riconosciuto per essere elaborato e integrato. L’ostilità nei confronti dei genitori adottivi sottende certo sentimenti positivi soffocati, una sorta di delusione rispetto all’illusione che questi bimbi sono stati costretti ad abbandonare precocemente, ma anche è frutto della non integrazione di oggetti buoni e cattivi, del rifiuto quindi delle proprie parti ombrose rifiutate e rifiutanti, che vengono proiettate sull’altro. Marco, così chiamerò il bimbo in questione, è biondo molto bello e delicato. Nel suo aspetto e nelle sue modalità traspare un certo distacco. E’ adesivo al corpo del padre che lo accompagna e anche della madre, ma noto qualcosa di stonato che non so spiegarmi. C’è qualcosa che separa disperatamente genitori e figlio e penso sia ciò che fa sentire molto sola la madre. E’ stato adottato a venti mesi, ma nella sua storia si ritrovano due separazioni: una dalla madre d’origine intorno all’anno, sembra per incapacità della stessa, una dall’istituto dove era alloggiato in una fase di transizione tra l’istituto e l’adozione, in quanto questo bimbo si stava letteralmente lasciando morire. Per questo era stato trasferito in una casa e affidato ad una suora.
Si capisce come proprio nel momento in cui il bambino comincia guadagnare spazi di indipendenza perché cammina ed esplora, Marco abbia subito una separazione forzata da una donna (la madre) che sicuramente non gli ha permesso di elaborare il distacco.
Le immagini che mostrerò sono relative allo spazio immaginario di questo bimbo che attraverso la relazione con me e l’offerta di uno spazio di fiducia e sicurezza, può trasformarsi e rivelare le sue potenzialità di crescita e di cambiamento. Il mio intento con questa presentazione non e’ tanto fornire interpretazioni o letture di vario genere del materiale, ma piuttosto rendervi partecipi dell’evento trasformativo, proprio del lavoro di psicoterapia. Spero di stimolare il vostro immaginario per permettervi di incontrare questo bimbo
Si evidenziano due livelli nel gioco del riso soffiato:
- quello dato dalla manipolazione, dal contatto e dal rapporto con il materiale che raggiunge livelli profondi e mette il bambino a contatto con emozioni non verbalizzabili
- quello della relazione con il terapeuta che fa da ulteriore contenitore, possibilità di metabolizzazione e rispecchiamento.
E’ lecito considerare che i bambini adottati siano stati poco rispecchiati nelle loro sensazioni ed emozioni, la madre abbandonica, assente psichicamente e fisicamente non ha avuto certo la capacità di investire sui primissimi sentimenti del bambino che sono rimasti pezzi sparsi del sé.
Accompagno questo bambino nelle sue drammatizzazioni tenendo dentro l’immagine della mamma che attraverso il latte, sazia il bimbo e scandisce così il tempo e lo spazio del dentro e del fuori, permettendogli di ordinare l’esperienza e creare un mondo mentale più prevedibile e sicuro, prototipo della capacità di giocare, immaginare, creare.
*PRIMO INCONTRO CON MARCO
adesivo al padre, adesività fredda, non c’è unione, c’è solo attaccamento di corpi. Bambino distaccato. Lo invito a vedere la stanza dei segreti dei bambini. Entra ma il suo pensiero è rivolto al padre, nonostante la ricchezza dei giochi M. decide quasi subito di tornare dal padre. È una sensazione difficile da definire quella che ho provato, di un bambino che non può separarsi.
- PERSONA
disegna una persona.
disegna una bimba
Marco esita sulla parte di sotto, comincia con un prolungamento che ricorda il pene, per poi definire una gonna. E’ incerto sui colori da usare
2) PERSONA
disegna un maschio
stessa modalità, molto indeciso sulla parte di sotto, il prolungamento viene lasciato per un po’, l’elemento maschile sicuramente è un punto problematico per questo bambino.
Si chiama Tommy Ferrari dice, un mio amico dell’asilo. Sta giocando a nascondino con me,
io sono nascosto in un albero chiuso a chiave
* SECONDO INCONTRO
3)FAMIGLIA
M. è imbarazzato, quasi si lamenta, scherza, forse farà bambino e genitori, è in conflitto, poi fa una casa senza porte e finestre e infine disegna Tommi. E’ solo, dice.
4) FAMIGLIA ANIMALI
famiglia animali
Non sa disegnare animali, chiede a me lo schizzo di un canarino, lo ricopia e aggiunge la gabbia.
Stavano pulendo la gabbia e la mamma è volata via… esitante aggiunge.. “poi torna” quasi a confermarsi questo ritorno e rassicurare se stesso. IL PULCINO HA UN ANNO (Eta’ in cui Marco e’ stato tolto alla mamma biologica)
* TERZO INCONTRO
Chiede di disegnare, per Marco un disegno è una tappa, lo capirò bene cammin facendo, una modalità di espressione più evoluta attraverso la quale si esprime
5) DISEGNO SPONTANEO
Disegna una casa senza finestre e porte, me lo fa vedere. Noto che c’è qualcuno dentro ma non si può entrare in questa casa e lui mi disegna porta e finestre “proviamo a bussare?” chiedo
Prontamente mi chiede un altro foglio, e con una vivacità che non avevo ancora provato mi disegna l’interno della casa. “C’è un bambino con i suoi genitori” mi dice
Ha mai bussato questa madre alla porta delle lacrime del bimbo? Forse si è spaventata e ritirata prima sentendosi tradita
6) INTERNO CASA
interno casa: progetto di Marco. Per la prima volta, in modo fuggevole, sembra balenare un fermento di vitalità. C’è un vuoto nella parte sinistra del foglio, M. ha un progetto ma c’è da colmare un buco per realizzarlo. Mostra il buco del sé. Caratteristica dei bimbi adottati, che verosimilmente hanno avuto figure materne abbandoniche, assenti dal punto di vista psichico e fisico. Esiste infatti in loro una frattura reale che è quella con la propria continuità. Non c’è stato investimento delle loro emozioni e dei loro primissimi affetti, i bimbi intelligenti si sono creati una struttura mentale per riparare a questo buco, pesando però su una struttura psichica fragile.. Per cui si irrigidiscono e si sentono come chiusi a chiave in un albero, in un gioco che diventa la loro galera. E’ importante per questi bimbi entrare in contatto con queste parti vuote, per poterle metabolizzare e assorbire.
M.mi mostra il progetto che ha con me. Le figure finiscono senza piedi e M. si mostra dispiaciuto. Propongo una soluzione: allungare il foglio. Contento esegue, insieme incolliamo un prolungamento e le figure possono avere i piedi.
A questo punto decide di salire nella stanza dei segreti.
E’ permessa a questo punto una seconda separazione dal genitore che lo accompagna. Il genitore resta giu’ e lui ogni tanto scende a trovarlo
Va lentamente verso le mensole degli oggetti e si preoccupa di cambiare posto agli oggetti. Ci sono dei cavallini rosa che per una serie di sedute lui mi metterà fra i personaggi. Ogni volta che arriva inoltre controlla che tutto sia come lui l’ha lasciato, ma poi è costretto a fare i conti con altre presenze.
Permane un senso di freddezza, un distacco doloroso di questo bambino, un evitamento del contatto
E’ interessato agli oggetti più che alle loro relazioni. Gli oggetti sono scelti senza apparente collegamento fra di loro. Il gesto è di sotterrare e poi cercare. Gli oggetti prescelti nella prima seduta di riso soffiato sono : paperella immersa nell’acqua e chiusa in un uovo, che non tenta di aprire come gli altri bambini, un coccodrillo e una piccola bambolina che ricorda una barby. Il coprire e lo scoprire ricorda il gioco del cucù. In cui il bambino controlla la comparsa scomparsa degli oggetti , ma anche si nota il desiderio di manipolare che M. non sembra voler mostrare. C’è un certo fermento nel suo sguardo ma nel copro si mantiene rigido e distaccato. NON C’E'PARTECIPAZIONE, coccodrillo vuole mangiare la paperella . Vengono sotterrati un bimbo e un a bimba appena nati.
Il risultato è un deserto.
ALTRO INCONTRO
* 7) OASI, CAMMELLO IN UNA FATTORIA
In questa seduta sceglie gli oggetti con fatica. Sembra volersi trattenere, M. non si espande mentre lavora nel riso, non partecipa con il gesto.
Mi dice che è la storia di un cammello in una fattoria. Nel racconto che fa : ti racconto la storia, si limita all’elenco degli oggetti scelti, come a volerli slegare da qualsiasi possibilità relazionale
Sceglie il centro per costruire la scena, come ad attingere alla parte più viva di sé. Il verde del prato ed il laghetto con i cigni, insieme ad un ruscello mi fanno pensare che M. senta dentro una qualche possibilità di rinascita, un movimento. I cigni vengono scelti ad uno ad uno, lascia solo i bianchi, la ragazza è sdraiata. Ma non la menziona. Il cavallo simbolo di una istintualità che può essere domata, ma anche ha un rapporto materno con l’umano da cui viene cavalcato, sembra andare verso il ruscello. Il ruscello che può essere un moto di vita, movimento e scollegato dal lago. È li lasciato a se stesso. M. lascia un pezzo non identificato che aveva nascosto sotto il riso, forse un pezzo scisso del suo sé. Quello non è nulla dice.
La presenza del cammello avvalora la mia sensazione di deserto della volta precedente.
Mi colpisce la parola fattoria, che mi riporta ad un nucleo familiare, di contadini, in cui tutti insieme si lavora, con dei ritmi dettati dalla natura e dai bisogni degli animali. Presuppone ci siano degli uomini che la governano.
E’ interessante notare l’espressione come si trasforma durante gli incontri. Qui rimane ancora una posa
*
LA FATTORIA . 2
prende come al solito prima il coccodrillo: ha molta fame dice, poi fa il gesto di bere anche lui “anche M. ha fame ” dico io. Il coccodrillo è un animale che incute paura, ha un aspetto minaccioso e aggressivo, può rappresentare forse la madre negativa, ma anche la sua voracità interiore. Mangia il coccodrillo, mangia anche lui.
Dopo aver mangiato costruisce la scena
M. comincia a costruire la scena. Prima mette un Tommaso a cavallo, poi cambia con Barby.
Racconta che barby e cavallo sono sott’acqua ma poi riescono a salire
E’ una fattoria. In effetti lo scenario è più ricco come se l’oasi potesse crescere, ci sono anche animali domestici e da fattoria, tipo galline, galli, cigni. Il ruscelleto si ricollega al laghetto, completando la sensazione di movimento
Sembra ampliare il tema precedente. La fattoria può crescere assumere connotazioni quasi reali
Il cavallo è stavolta marrone, richiama ancora di più alla forza alla vitalità. Ci sono animali più propriamente da fattoria: il gallo che con il suo canto segna il tempo, i gatti animali domestici vicine all’uomo, i cigni solo ancora presenti e il ruscello acquista una connotazione più reale, esce dal laghetto per proseguire.
Poi scendiamo perché vuole disegnare
9) 10) TOMMASO
Tommaso di sei anni. Colpisce il vuoto nelle braccia. (difficoltà contatto dentro-fuori) Forse la sua mancanza di vitalità nel movimento?. A me dà l’impressione di energia catturata. Mi trasmette una profonda tristezza. Non è il bimbo con le braccia gioiosamente in aria, che disegnano anche i genitori, quasi a voler indurre uno stato affettivo ed emotivo. Lui da solo prende lo scoch e aggiunge un pezzo sotto per fare le gambe e i piedi. Questo vuoto non gli permette di essere sicuro e stabile nella sua identità
Intorno al vuoto del rosso. L’energia pulsionale si sta movendo. Per utilizzarla al meglio occorre un contatto dentro- fuori. Il calore della relazione può forse sciogliere il gelo interiore?
* Piazza sempre il coccodrillo che deve mangiare. Ha molta fame Poi prende anche cammello e dinosauro.
- LA CAPANNA NEL BOSCO
Tende più volte a de-costruire la scena, come a esprimere una conflittualità. Sembra sempre che voglia trattenere più che lasciare andare, così lo spazio immaginario rimane poco vitale
C’è una capanna questa volta con dentro una bimba sola (barby)
La bimba è la barby che è oggetto di adorazione e ostilità. Si chiama la capanna nel bosco.
Mi racconta serio che la bimba è sola e i genitori sono andati a lavorare, ma lei è amica del cammello.
Il conflitto era l’accettazione della solitudine? Forse M. sta entrando in contatto con questa parte di sé, è l’unico modo per entrare in relazione con qualcuno (il cammello).
Nel fare la foto mi fa la linguaccia
M. può permettersi di ostentare le sue parti più aggressive, respinte per paura che non siano accettate, la barbie potrebbe essere una parte di sé, mi dà l’impressione che sia insieme ai coccodrilli la rappresentazione di una madre “negativa” che lui non può evitare di adorare, come sentimento opposto alla ostilità che invece agisce con i genitori adottivi
Comincia una possibilità relazionale fra i personaggi, si identifica nella solitudine della bimba e solo riscoprendola può cercare un legame. Il gesto a questo punto è sciolto, M. racconta se stesso
C’è qui una relazione tra bimba e cammello che è un animale buono, capace di sopravvivere nel deserto e un coccodrillo ostile e pericoloso
MARE DELL’ORRORE
Mi chiede di fare insieme il mare. (può ora fare qualcosa con me?) Per la prima volta sento da parte sua una profonda richiesta di stare con lui. E’ evidentemente coinvolto nella rappresentazione, anche con le parole drammatizza. Mi guarda seriamente come a voler capire se può permettersi qualcosa e mi dice che si tratta di un mare poco tranquillo. Ci sono orsi feroci, coccodrilli che assalgono la barbi (devo essere pronta per le sue aggressioni?), la mordono, è la storia dell’orrore. C’è un’isola, deserta, forse rappresenta ancora un grande vuoto, i coccodrilli sono minacciosi. Al momento della foto in modo giocoso si nasconde dietro il cartello, poi mi fa ancora la linguaccia e giochiamo un po’ a farci le linguacce giocosamente.
*
- STORIA DeI PINGUINI
Le narrazioni diventano più personali. Lo spazio immaginativo di M. diventa vitale, il prezzo da pagare per il bambino è entrare in contatto con delle parti di sé spaventose che devono essere accettate e integrate. Ora M. può fidarsi.
Questa è la storia di una famiglia di pinguini, c’era un pinguino assolutamente litigioso che picchiava tutti anche i genitori
Nasce un dialogo tra me e lui quando gli chiedo come mai questo pinguino fosse così rabbioso
M. con grande serietà, che gli è propria mi dice che questo pinguino si sente molto solo. Mi lascia sola con la sua rappresentazione e va dalla madre. Passano circa 10 minuti. Tempo in cui mi fa provare e toccare la sua solitudine e quella che ha avvertito la madre. Sale verso la fine della seduta, mi chiede cosa stessi facendo “faccio compagnia al pinguino, rispondo, non deve essere bello sentirsi così soli. Annuisce e la sensazione è che ora potremo farci compagnia.
Passaggio da relazione a uso?
- 14) ARRIVA UN NUOVO ANIMALETTO
lascia la mamma . M. si è permesso con me questo atto di indipendenza e può cominciare il percorso verso la separazione – individuazione
Mi dice subito il titolo: ARRIVA UN NUOVO ANIMALETTO
Sembra che M. possa nascere come bimbo nuovo. Nel momento in cui sa stare con qualcuno può anche separarsi.
E’ la storia di una fattoria dove vivevano dei cavalli, arrivarono delle rane che poi se ne andarono, poi arrivò un coccodrillo che se ne andò. Arrivò un leone affamato che voleva mangiare i cavalli (La sua aggressività, Più che altro bramosia, viene rappresentata ora dal leone che è si un animale feroce, ma più evoluto, tra l’altro è il simbolo del sole che dà la possibilità del divenire conscio)
La barbi non viene nominata ma viene messa nella scena. La capanna è la possibilità di protezione, la fattoria ho l’impressione sia il desiderio progetto di una famiglia calorosa, dove gli affetti e i legami possono prevalere sulla distanza.
Il nuovo animale sembravano essere le rane ma poi vengono cambiate con il leone. Rappresenta anche il sole la luce che fa divenire conscio
15) TOMMASO
M. disegna una volta giù Tommaso, un bimbo stavolta disegnato senza esitazioni anche se poi vengono aggiunti prolungamenti rosa. M.pare mostrare il percorso di costruzione del suo sé.
La casa è luminosa e dotata di porta e finestre. M. non esita sul colore ed è contento perché “questa volta le gambe ci stanno”.
*16) CAVALLO
Comincia col disegnare subito un cavallo, sceglie senza esitazione il colore marrone, lo stesso del vestito di Tommaso, è un cavallo robusto, poi vuole salire ma il problema è lasciare solo il cavallo. Decide di fare una carota così non si sente solo.
Su vuole disegnare un altro cavallo, stavolta grande, sul foglio grande con i pennelli. E’ una cavalla rosa, compagna del cavallo di sotto, sono amici.
Questa volta mi guarda con affetto, c’è meno distanza tra di noi. M. mi chiede a cosa sto pensando e rispondo che pensavo che sono amici come noi due. Annuisce e chiede se è ora di andare. Con molta tranquillità si mette le scarpe: essere insieme vuol dire potersi separare.
Di solito dice che non è pronto e deve fare l’ultima cosa tentando di prolungare l’ora della seduta.
PAUSA NATALIZIA
* 17) PAGLIACCIO
Torna contento, il distacco non ha provocato fratture. La mamma è contenta del nuovo modo di relazionarsi di M. Le vacanze sono state tranquille. Appena su M esprime desiderio di colorare.
Lo sguardo è vivace. Con molta attenzione e impegno disegna un pagliaccio. Sui trampoli. Completa il disegno con le dita, fino a spingersi a colorarsi tutte le mani facendo un paio di guanti che fa vedere alla mamma quando arriva. Il piacere del colore sul foglio, del tracciare le sue mani e lasciare un segno sono evidenti. Il clown se vogliamo rappresenta una figura importante per la psiche, è la possibilità di trasformazione di emozioni anche terribili che possono essere espresse attraverso la maschera. Il clown getta un ponte tra l’io e il sé, è una possibilità di dialogo, di contatto con parti soffocate.
18) DONNA
Una volta giù disegna una donna, ho l’impressione come altra parte di sé, sta giocando a palla con qualcuno che non si vede, col pagliaccio..è tutta sulla destra
…La possibilità di prendere contatto con delle parti di sé permette a M. di aprire lo spazio immaginario lasciando così intravedere le sue potenzialità relazionali.
* Mi apre lo spazio immaginario del sogno
La volta successiva arriva abbastanza trafelato. Ha fatto un sogno che lo ha spaventato.
19) DIAVOLI
Ha sognato un diavoletto che lo inseguiva e gli faceva paura. Propongo di disegnarmi il diavoletto convinta che di solito i personaggi dei sogni disegnati si possono conoscere meglio e non fanno più tanta paura. Mi dice che ha deciso di disegnarlo e spalmargli su la colla in modo da bloccarlo sul foglio. Disegna un altro diavoletto più piccolo, ha un anno, mentre quello grande ha 5 anni “come me” dice.. Si chiamano monellinus. Lo spazio immaginario si espande nel sogno e M. può davvero prendere contatto con parti di sé rifiutate e da cui si sente perseguitato. Racconto a M. la storia di un diavoletto che si sentiva molto solo e che cercava dei compagni, ma nessuno lo voleva perché tutti avevano paura di lui pensando fosse cattivo. Forse, gli dico, anche il tuo diavoletto cerca un compagno.
Saliamo e M. mi racconta la storia di un signore che cerca una compagna, poi infila la faccia nel riso soffiato. Si rialza più volte ad occhi chiusi. La faccina è accaldata, colorita. L’immagine che mi arriva è di un bimbo che cerca il contatto con il seno.
Legare con un senso la temporalità e la spazialità, così pure l’aggressività, lascia spazio alla vitalità. La mentalizzazione segue sempre l’elaborazione corporea dell’esperienza.
La mamma aiuta il bambino nella traduzione della realtà. Lo accompagna traducendo i gesti più quotidiani, le emozioni e i sentimenti, quando manca questa traduzione che ordina le cose nel mondo il bambino è confuso e perso, non riesce a staccarsi da quel seno da cui non trae nutrimento ed è sempre affamato, arrabbiato e solo
* MARCHINO
Mi porta Marchino, un pupazzo che gli è stato donato il giorno in cui è nato per la seconda volta. Questo bimbo ha un anno e non cresce mai. Sa dire solo no, pensa solo a fare la cacca e la pipì e a fare i dispetti. Marchino con un diavoletto (MARIONETTA) inscena una drammatizzazione Il diavoletto racconta a Marchino che un tempo lui era un bimbo buono, era capace di giocare , di immaginare e di essere felice, ma un giorno una donna bionda cattiva gli fa bere una porzione magica che lo ha fatto diventare cattivo. A questo punto M. diventa drammatico, con voce stridula la donna minaccia Marchino di farlo diventare diavoletto
Più volte ripete la scena, la cattiveria della donna è perversa. Mi viene in mente la barbie messa al fianco dei coccodrilli
Propongo l’entrata di una donna buona che dà al diavoletto una cotroporzione.
M. accoglie, si sente sollevato.
La fiaba appartiene al mondo interiore di ognuno di noi, Il lupo è la metafora delle nostre parti mostruose. Se l’adulto mostra di credere alla favola, la fiaba permette sempre una possibilità di riparazione e il bambino può credere che il bene riesce sempre a vincere sul male.
M. si lasca andare al gesto, marchino mi riempie di insulti e poi si rotola nel riso soffiato
Dico a marchino che i bambini non devono temere di sentirsi monelli. M. mi dice sottovoce che Marchino si mette le dita nel naso e quando gli dico come tutti i bambini confessa che lo fa anche lui. Gli confesso che lo facevo anch’io. Trascorre la settimana a chiedere ai familiari se mettevano le dita nel naso. La mamma è in difficoltà, mi confesserà che lei non ricorda di aver mai messo le dita nel naso.
20) 21) TROMBA D’ARIA, MANI
Per un po’ di sedute il disegno sembra essere destrutturato. (momenti di integrazione e non integrazione) Come se M. provasse momenti di integrazione e non integrazione, indispensabili nella capacità di lasciarsi andare allo spazio potenziale della creatività. M. sperimenta la non integrazione protetto dalle mie traduzioni
Disegna labirinti e trombe d’aria e colori con le dita. “Avevi proprio perso la strada, gli dico di fronte al labirinto con dentro un bambino,
Mi disegna una tromba d’aria “così ti sei sentito in balia del turbine”
Fa la cacca dopo aver raccontato delle cacche di marchino
* SEDUTA SUCCESSIVA
Prende un serpentone e lo tiene arrotolato al collo. Mi racconta che in camera ci sono ancra diavoletti ma li acchiapperà tutti.
SI ROTOLA NEL RISO
Marchino si rotola nel riso soffiato e lui dice :”io sono troppo grande per questo”.
Non è detto gli dico, detto fatto. M. si infila nel riso soffiato prima con il serpentone poi con marchino. Si diverte poi a buttarlo ovunque con marchino, prima lo sgrida poi ammette che è un bel gioco
- MARCO SI IMMERGE NEL RISO
23) SCENA
Porta sia la barbie che marchino. Mi aggredisce dicendo che i suoi amici gli dicono che non risolverà i suoi problemi. Racconta di aggressioni che subisce all’asilo perché i bambini di nascosto lo scherzano.
Racconta la storia di un pinguino dispettoso, poi sceglie altri animali da mettere in scena. Sono leoni, dinosauri, orsi che aggrediscono la barbie. La barbie spogliata dei suoi vestiti viene aggredita. Poi rientra nel riso soffiato, stavolta non ha bisogno della transizione di marchino, dice di essere anche lui dispettoso e di provare molto piacere a spargere il riso soffiato.
La proiezione sull’altro in questo caso serve per prendere contatto con le parti rifiutate di sé per poi riappropriarsene e integrarle in un io più integro e capace di sopportarle.
Disegna una bambina con il sole, la bimba è centrale, forse il papà può cominciare ad entrare nella scena, ritaglia la bimba e la mette vicina al sole, disegna un’altra bimba in basso.
Marco comincia a muoversi liberamente nello spazio, sale e scende per cercare delle cose che possono servirgli. Cucina e mi offre cose da mangiare. E’ in grado ora di ricambiare le offerte fatte a lui, mi porta piccoli oggettini in dono. Come se potesse ora diventare responsabile della nostra relazione. Quella capacità di preoccupazione responsabile necessaria per condividere un rapporto in modo reciproco, che nasce dalla distruzione dell’oggetto, che con la sua permanenza permette la formazione di un mondo stabile e reale, fuori da me con cui il bambino può entrare in relazione.
Racconta di sé , fatti della giornata, esprime approvazione e disapprovazione, parla degli amici all’asilo.
25) MASCHIO-FEMMINA
disegna un maschio e poi una femmina, li mette vicini
come a ripetere la prima consegna che gli avevo dato. La femmina ha una grossa macchia nera sul vestito, segno della possibilità di integrare l’oggetto buono con elementi cattivi, la funzione che aveva avuto la fatina buona nella storia del diavoletto.
Le sedute passano parlando di cacche e di puzze.
Rotolandosi nel riso soffiato M. racconta di come ha scoperto che gli uomini sono più forti delle donne e suo papà sa fare più cose della mamma
Mi dà l’impressione di un bimbo piccolo che in braccio alla madre racconta. Recupera questa dimensione corporea dell’immaginario, può permettersi ora di lavorare sulla figura maschiele e avvicinarsi al papà
Mi racconta di un bimbo tanto affamato e di un coccodrillo che pure aveva tanta fame.
Sembra un bimbo a suo agio. LA mamma mi racconta che il papà tornando dal lavoro è stato salutato da M. con grande affetto tanto che il marito le ha chiesto “è nostro figlio quel bambino li fuori?” M-. sembra un bambino, non gli appartiene più l’aria sostenuta e distaccata, appropriandosi delle sue emozioni ha potuto spalancare lo spazio di gioco recuperando quel bimbo che un tempo era felice, sapeva giocare e sapeva immaginare.
- TRAMONTO
C’è un sole che manda i suoi riflessi dappertutto, illumina ogni cosa. Poi ci pensa e per giustificare il rosso mi dice: è un sole al tramonto
Il papà ora con i suoi raggi riesce a raggiungerlo, forse può affrontare il problema dell’identità sessuale?
Marchino ormai mi saluta con gioia, tra lui e M: c’è grande complicità. Addirittura arrivando M. me lo tuffa in braccio e si capisce che vorrebbe essere lui a fare così. Decidono insieme il da farsi, cosa costruire, cosa fare. Insieme mi disegnano un mazzo fiori e me lo regalano da attaccare alla parete, insieme mi fanno i dispetti. INTEGRAZIONE
- MARCO
Disegnano insieme una figura maschile, di profilo, M. scrive il suo nome, sono io dice. Ha sei anni perché io li ho appena compiuti
Forse per la prima volta si riconosce intero. Non ha più bisogno di utilizzare l’altro sé piccolo per fare delle cose.
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