Medico-paziente, rapporto decisivo
N
ella sua accezione l’ag­gettivo cronico si dice di malattia persistente a lungo nell’organismo, da cui non è possibile guarire. Esempi di malattie croniche quali: l’asma allergica, la psoriasi, l’artrosi, il diabete, malattia reumatica ecc. si contrappongono alle malattie acute quali: l'influenza la bron­copolmonite l’appendicite ecc. Cosa hanno in comune un diabetologo, un reumatologo ed un oncologo? Le malattie curate da questi specialisti, pur es­sendo caratterizzate da dif­ferente natura e gravità, sono patologie croniche e quindi persistono a lungo nell’organismo senza alcuna tendenza alla guarigione.
Diversamente da un chirurgo ad esempio che entra in contatto con il paziente ‘soltanto’ per guarirlo, correg­gendo ‘definitivamente’ la pa­tologia potenzialmente mor­tale (ad esempio una peritonite cau­sata da un’appendicite acuta). Al concetto di ‘temporaneità’, carat­teristico del la malattia acuta, si sostituisce il concetto di ‘stabilità’, che invece contrad­distingue la malattia cronica: nelle malattie acute si verifica infatti una perdita temporanea, transitoria e rever­sibile dello stato di salute, che viene invece definitivamente com­promesso (anche se in misura variabile a seconda dei casi) nelle malattie croniche. La diagnosi di malat­tia cronica costringe a fron­teggiare un evento incoe­rente con il tempo sociale vissuto dal paziente: la scoperta di essere malati e di non poter guarire
Diabete, asma allergica, artrosi: in questi e in tanti altri casi il ruolo del curante è di accompagnare il malato cronico nella gestione della sua malattia
definitivamente crea pertanto uno choc ed una lacerazione in­terna, una perdita defi­nitiva dello stato di salute para­gonabile ad un lutto; analoga­mente al lutto, la perdita defini­tiva dello stato di salute genera una condizione d'impotenza tra­ducendosi in rab­bia, tristezza, nostalgia del pre­cedente stato di benessere e fa­vorendo la comparsa di un qua­dro di depressione reattiva.
Il concetto di malattia cronica appare inoltre poco compatibile
con l'odierna mentalità del ‘tutto e subito’: i pazienti ai quali viene diagnosti­cata una malattia vogliono subito sapere ‘quanto’ durerà e ‘cosa' devono fare per guarire (in tervento chirurgico, assunzione di uno o più farmaci); è difficile accettare l'eventualità (o la cer­tezza) che si dovrà convivere per sempre con uno stato di salute imperfetto, in aperta contraddi zione con gli attuali imperanti ideali di efficienza fisica a tutti i costi.
Nelle malattie croniche il medico da ‘salvatore’ si trasforma spesso in ‘persecutore’, sottoponendo a periodici controlli il paziente ed in qualche modo ribadendo ad ogni visita la ‘non integrità’ del suo stato di salute; per non parlare poi dei continui e pressanti inviti a seguire la terapia (che nel tempo può farsi sempre più impegnativa) e della pressione psicologica inerente l’adozione di specifici stili di vita, più consoni alla malattia in atto (per esempio l’aderenza alla dieta in un paziente diabetico). Come è possibile affrontare e gestire una malattia cronica? Un impegno cosi gravoso deve essere sostenuto congiunta mente dal medico e dal paziente, sulla base di una salda e buona alleanza terapeutica.
L'alleanza terapeutica diventa uno strumento di lavoro, concordando e condividendo i provvedimenti dia­gnostico-­terapeutici con il paziente per ottenere una aderenza alla cura migliore. La collaborazione tra medico e paziente passa attraverso un processo di educazione terapeutica: tanto maggiori risultano le capacità di comprensione ed autogestione della malattia da parte del paziente (Enpowerment), tanto più condivisi e quindi più efficaci saranno gli interventi diagnostico-terapeutici del medico. Il ruolo del curante non è dunque quello di scrivere una ricetta, ma di accompagnare il malato cronico nella sua gestione della malattia.
Il paragone più frequente è quello del coach, l’allenatore personale che può aiutare i campioni dello sport a trarre il meglio di se stessi, ma non può mettersi al loro posto. Per quanto riguarda il paziente, ognuno ha il proprio personale e soggettivo modo di elaborazione della malattia cronica e un proprio modo di ricomporre la propria persona e il nuovo stato di salute. È necessario un processo di ristrutturazione dell’identità del paziente che, non trovandosi all’interno di coordinate corporee e mentali note, non è più in grado di riconoscersi: tale processo richiede innanzitutto l’accettazione della malattia come un differente stato di salute e quindi come una caratteristica soggettiva e distintiva dell`individuo. Dal momento che la malattia cronica non è eliminabile, occorre in altri termini ‘darle un senso', accettando la stessa malattia ed i relativi provvedimenti terapeutici come un mezzo ed un'opportunità per oltrepassare gli inevitabili limiti della condizione umana. Non sorprende che un’interpretazione in tal senso delle malattie croniche sia stata proposta in passato dal filosofo tedesco Nietzsche, al quale si
deve la ‘teoria del Superuomo’. Secondo il filosofo tedesco il Superuomo è in grado di trovare in sé stesso il significato della vita e quindi anche della malattia: «la salute delle spirito si msura da quanto esso è in grado di sopportare e superare e cioè risanare. La malattia è un sintome della grande salute».
Nell’attiva e consapevole gestione della malattia cronica è quindi possibile individuare una fonte di energia spirituale: indipendentemente dalla completa guarigione, che mai sarà possibile, la vera salute, anzi ‘la grande salute’, si raggiunge quando si è in grado di controllare ed accettare la propria malattia.
«La malattia è degna di venerazione perché serve ad affinare l’uomo e renderlo intelligente ed eccezionale».
(Tomas Mann)

Emanuela Spotti
(psicologa)