RASSEGNA STAMPA - IAI CREMONA

Rassegna Stampa

Dal Settimanale il PICCOLO

La crisi che uccide: aumentano i suicidi

Intervista a Mirco Carotti

Psicologo e psicoterapeuta — Direttore della Scuola Superiore di Formazione in Psicoterapia di Cremona
titoloarticolo

QUANDO LA SOFFERENZA È TROPPO GRANDE

Intervista a Rossella Gadaleta

Psicoterapeuta e psicologa a Cremona

Il parere dello psicologo Barbara Casa

Neurologo, Psicoterapeuta e Magistrato onorario presso la C. d'A. di Brescia

Droga e alcol per divertirsi

«Si tratta di esperienze di solitudine estrema. Purtroppo oggi manca l'esempio della famiglia»

L'utilizzo di alcol e droga a scuola sta diventando un problema sempre più frequente: cosa porta i giovanissimi a fare largo uso di tali sostanze? Il vuoto depressivo, caratteristico dell'adolescenza, viene mitigato attraverso l'uso di sostanze euforizzanti quali ecstasy e cocaina mentre la scarsa consapevolezza del proprio valore, tipica della fase adolescenziale, necessita di alcool ed eroina al fine di migliorare la capacità relazionale. Alcool e droga sublimano l'assenza di nuovi valori su cui fondare la vita adulta, dando ai giovani la sensazione di adeguatezza. L'assetto famigliare attuale spesso non è in grado di assorbire il disagio, perché le figure genitoriali sono latitanti e confuse. Al giorno d'oggi le sostante psicoattive e gli alcolici diventano sempre più un surrogato al divertimento, specialmente la sera: come mai i giovani hanno bisogno di questo per divertirsi? Innanzitutto non si tratta di divertimento, nel senso di intrattenimento e di arricchimento derivato dalla vicinanza degli altri. Si tratta di esperienze di solitudine, al limite dell'autistico, dal momento in cui vengono scavalcati i concetti di amicizia e di affetto. I gruppi che si formano sono casuali, oppure legati dal bisogno di condividere valori trasgressivi, derivati dalla incapacità di sopportare la noia - a sua volta derivata dalla scarsa capacità di sublimare bisogni aggressivi attraverso la fattività: oggi i giovani non traggono piacere dalla lettura né dall'apprendimento e neppure dalla condivisione di regole morali, vissute invece come frustranti e come frutto dell'ipocrisia degli adulti. La famiglia troppo spesso detta regole che non rispetta: ogni giorno nella nostra professione incontriamo figure genitoriali che non sanno assumersi la responsabilità della fatica del quotidiano e che cercano solo un proprio spazio di divertimento e di emancipazione in età adulta. Tali comportamenti destrutturano nei giovani il concetto di completezza che invece deve caratterizzare l'età adulta, ed aprono la questione su quanto sia utile e a chi giovi fare sacrifici, visto che nemmeno i genitori appaiono in grado di reggere in tali situazioni e su tali argomenti nel quotidiano. Il concetto di famiglia ormai ha perso - ed ogni giorno perde sempre più - l'assetto tradizionale, due figure genitoriali fisse e conviventi, a favore di modelli alternativi in cui il ruolo paterno e materno sono primariamente rifiutati dai genitori stessi, a favore dell'appiattimento dei ruoli. Recenti ricerche sociologiche hanno dimostrato come in Lombardia siano ormai più numerose le famiglie cosiddette allargate - quindi quelle in cui vi sono per la prole più figure maschili e femminili di riferimento quotidiano rispetto al tradizionale concetto di un padre e una madre conviventi - ponendo i problemi di comportamento e di educazione quale necessità educativo pedagogica da parte delle istituzioni. Un ruolo che comunque non spetta loro e che non andrebbe mai delegato dalle famiglie, generando troppo sovente confusioni e problematiche nel processo di crescita e di maturazione individuale. Sostanze di questo tipo possono dare dipendenza, ancora di più quando si tratta di giovani. Che effetto possono fare alla psiche di un adolescente? È accertato ormai che tutte le sostanze psicotrope di questo tipo sono dannose sulle strutture del sistema nervoso centrale. Il danno su un organismo in crescita è irreversibile, sia in termini strutturali anatomo - funzionali che in termini di circuiti neuropsichici, legati alle funzioni più sofisticate della psiche. Si assiste in età giovanile alla comparsa di gravi disturbi di tipo neurologico, quali malattie extrapiramidali, forme di demenza, encefalopatie vascolari e multinfartuali e sindromi epilettiche, mentre sul piano psichiatrico si manifestano con allarmante frequenza psicosi con delirio ed allucinazioni, refrattarie alla terapia tradizionale farmacologica. Il sostegno psicologico e psicoterapico individuale e delle famiglie riveste in queste forme grande importanza, dal momento in cui, accanto ad un recupero cognitivo comportamentale e di strategie di problem solving, pone l'attenzione sulla causa psicologica alla base del disagio giovanile - che ha indotto e sostiene la condotta a rischio.

foto B.Casa
Barbara Casa

Uscirne è forse la cosa più difficile: come riuscirci? Cosa deve fare la famiglia? Non deve lasciare soli i giovani e deve assumersi il suo ruolo formativo ed educativo, aiutandoli a integrare i bisogni e le necessità in maniera adeguata. Nei giovani si deve favorire il recupero di valori tradizionali, che portano ad esaltare categorie in loro comunque già presenti quali l'onore, il rispetto e la gratificazione attraverso la fatica; tali valori possono creare un collante generazionale che permette al giovane di essere coinvolto in un destino di famiglia positivo e gratificante, sia sul piano personale che di immagine pubblica. Quando la famiglia ricatta il giovane perché svolga il proprio dovere, dimostrando in questo modo l'assenza di coerenza dei valori proposti, fallisce il suo scopo educativo, perché mai come in famiglia quanto viene detto così deve essere fatto. Predicare bene e razzolare male è la prima accusa che viene rivolta dai giovani ai genitori. Questo si deve concretizzare a più livelli: dall'utilizzare un linguaggio pulito alla cura della propria persona, fino all'assunzione di responsabilità mantenendo la parola data e gratificando gli sforzi senza ironie e infantilismi. Alcune volte i genitori dovrebbero consolidarsi nel ruolo genitoriale e considerare i figli non un peso, o un intoppo nella loro quotidianità ma il loro lavoro più difficile e comuque l'unico per cui valga la pena di fare sacrifici. Se nemmeno i genitori sono disposti ad investire sui figli in che modo questi possono pensare di valere qualcosa? La ricerca di un proprio valore intrinseco e di una propria personalità - che copra i buchi lasciati dal passaggio dall'infanzia all'adolescenza - deve essere un progetto condiviso dal nucleo famigliare e non una “avventura” da affrontare in solitudine. Bisogna sempre ricordarsi che I figli non sono mai abbastanza grandi per rimanere turbati dal cattivo comportamento dei genitori: se non sanno di essere amati non investiranno mai su di sé

Prof. Dr Barbara CASA
Medico Chirurgo,Neurologo Specialista in Psicoterapia, Magistrato Onorario presso la Corte di Appello di Brescia - Sezione Minorile, Consulente Tecnico e Perito presso il Tribunale di Brescia
Coop PARS, Cremona

A Cremona è presente un centro adeguato alle esigenze delle famiglie, la COOP PARS di Via Dante, in cui una equipe di Specialisti si affianca alla famiglia e ai giovani, condividendo un percorso formativo e terapeutico individualizzato e teso a recuperare i valori perduti

Coop PARS onlus
Via Dante, 209
26100 Cremona

La dipendenza dai giochi d'azzardo

Intervista a Rossella Gadaleta

Psicoterapeuta e psicologa a Cremona
«L'illusione di poter risolvere i problemi finanziari può portare alla dipendenza»

La diffusione sempre più ampia delle pratiche di gioco, ha dei risvolti psicologici di non poco conto. A fornirci ragguagli è la psicoterapeuta Rossella Gadaleta, presidente Coop Pars Onlus. Il gioco sta diventando un'abitu­dine sempre più diffusa anche in Italia. Per quale motivo questa rapida diffusione nella nostra società? «La causa può essere rintracciata nella semplice accessibilità di svariate tipologie di gioco che rispondono alle diverse preferenze dei giocatori: se qualche decennio fa per poter giocare d'azzardo era necessario recarsi in un casinò piuttosto che ricorrere a giochi clandestini e illegali, oggi i giochi sono alla portata di tutti, ce ne sono di ogni genere a seconda del gusto del giocatore, come ad esempio le slot-machine, i videopoker, le lotterie, i diversi giochi con schedine, gratta e vinci, bingo, e soprattutto sono legali e socia­lmente accettati.
Naturalmente al di là di questa motivazione più immediata ve ne sono altre che giustificano il fatto che solo una parte della popolazione ricorre a questo tipo di attività pur essendo di facile fruibilità per tutti, bambini inclusi. Fra le cause più profonde si può parlare di antidoto alla solitudine o alla depressione, di un tentativo di evasione da una realtà che risulti più o meno frustrante o ancora di un'avventura a basso prezzo». In taluni casi il desiderio del gioco sembra patologico. Quando si può parlare di “malattia"? E' vero che si può parlare di vera e propria dipendenza? «Il gioco, di per sé, è un com­portamento sociale che consiste in un'attività di divertimento, in cui si investe tempo e denaro, senza che questo interferisca con lavoro e vita sociale, familiare e lavorativa mentre il gioco d'azzardo patologico viene definito come un “comp­ortamento persistente, ricorrente e maladattivo tale da compromettere le attività personali, familiari e lavorative”. Dunque va sottolineata una fondamentale differenza tra gioco come vizio e gioco in quanto malattia. Il vizio è un com­portamento che il soggetto decide volontariamente di mettere in atto, la malattia, invece, è una condizione che il soggetto subisce e che lo priva di qualcosa. Il gioco-malattia provoca l'insorgere di caratteristiche ben definite, del tutto analoghe a quelle delle dipendenze vere e proprie. In questi casi parliamo di un crescente bisogno di aumentare le quantità di gioco per poter avere lo stesso livello di eccitazione che inizialmente si otteneva con poche e brevi giocate e questa fase viene definita di tolleranza; livelli di ansia e di nervosismo divengono sempre più marcati quando non si riesca a giocare, si entra nella fase denominata di astinenza. Infine nell'ultima fase vi è una vera e propria incapacità di controllare questo impulso. Questa perdita di controllo e la pervasività del gioco nella vita del soggetto possono determinare il deterioramento dei rapporti affettivi, familiari e lavorativi, ma ciò non costituisce un deterrente per l'interruzione del gioco. Da quanto detto si può facilmente dedurre che il gioco a questi livelli è una vera e propria dipendenza. Il giocatore - o gambler - non gioca per guadagno materiale, ma per il piacere che gli deriva dal giocare. Quando il giocatore si abbandona al gioco, prova un estremo piacere che può raggiungere un livello molto simile alla sbornia o all'estasi. Se il gambler perde, tenta di continuare il gioco per riguadagnare i soldi persi, e, se vince, continua a giocare perché sente che è il suo giorno fortunato; inevitabilmente quindi il gioco può finire solo quando il giocatore ha perso tutto il denaro a sua disposizione in quel momento. Quando il gambler tenta di rinunciare al gioco e di resistere all'impulso a giocare, cade in preda ad un profondo malessere in termini di ansietà o di irascibilità che si possono manifestare in una sintomatologia depressiva. Può definirmi il profilo del “gioca­tore tipo”? «Il gambler sembra non pre­sentare caratteristiche soma­tiche, di età, di sesso o di classe sociale e culturale che lo rendano individuabile.
Probabilmente una caratteristica di personalità ricorrente fra i soggetti affetti da questa patologia è la tendenza a ricercare il rischio e le esperienze eccitanti; più probabilmente sono soggetti con una struttura di personalità dipendente e impulsiva, e, in una elevata percentuale di casi, sono soggetti che nel corso della vita hanno riscontrato problemi legati alla dipendenza da alcol e droga e che quindi, in qualche modo, abbiano tentato di sostituire la precedente dipendenza con un com­portamento socialmente più accettabile. Il gambling è una malattia progressiva che in genere compare durante l'adolescenza ma che può manifestarsi ad ogni età. Per la donna la fascia più a rischio per l'inizio di questa dipendenza si colloca tra i 40 e i 50 anni, mentre per l'uomo si ha un forte rischio nell'età giovanile, cioè nel corso dell'adolescenza, e poi attorno ai 40 anni. Detto questo vanno certamente differenziate varie tipologie di giocatori; infatti vanno ben distinti i giocatori occasionali, cioè coloro che giocano per divertirsi o per socializzare, dai giocatori abituali, cioè che investono costantemente del tempo per il gioco come forma di relax o divertimento, dai giocatori problematici, cioè coloro che riescono tramite il gioco ad alleviare sensazioni di ansia, depressione e solitudine. Infine vi sono i giocatori patologici, cioè coloro che non hanno più il controllo del gioco poiché questo è diventato la cosa più importante che si antepone alla famiglia, agli amici e al lavoro. La volontà e l'impegno non sono più sufficienti al fine di smettere di giocare, per cui incominciano le bugie, si gioca di nascosto, ci si indebita, si mettono a rischio i legami importanti, si arriva talvolta a compiere azioni illegali. Tra i giocatori di sesso femminile i crimini sono meno frequenti e i debiti di gioco sono generalmente di entità inferiore rispetto a quanto fanno gli uomini. Quali meccanismi inducono una persona a rifugiarsi nel gioco? «Oltre quanto già detto, non va dimenticato che uno dei mec­canismi che possono innescare questa patologia, può essere il coinvolgimento familiare, cioè il bambino che fin da piccolo si abitua a vedere la propria famiglia o uno dei famigliari abitualmente dedicarsi al gioco d'azzardo, ha molte possibilità di sviluppare esso stesso la patologia. Inoltre anche l'illusione di poter risolvere eventuali problemi finanziari con una vincita consistente può indurre la dipendenza».

foto R.Gadaleta
Rossella Gadaleta

Uscire da questo labirinto è difficile come per le altre dipen­denze? In che modo è possibile? «La cura di questa patologia, come di qualunque forma di malattia fisica o mentale che sia, va naturalmente affidata a specialisti; le dipendenze in genere vanno trattate mediante una terapia farmacologia e psicologica. Infatti da un lato sarà necessaria una terapia farmacologia per la cura della depressione (ed even­tualmente stabilizzatori dell'umore) che l'interruzione del gioco comporterà, dall'altro l'intervento psicoterapico individuale e di gruppo che risulta essere decisamente più efficace quando incontra la collaborazione della famiglia nella riorganizzazione dello schema di vita, ovvero nelle abitudini del soggetto affetto dalla patologia. In conclusione mi sento di aggiungere che la maggiore fruibilità di veri e propri casinò legalizzati nei bar e nelle ta­baccheria di ogni città, non può che indurre continuamente in tentazione soggetti sensibili per situazioni economiche, familiari, lavorative e affettive. Queste continue offerte di gioco si trasformano in una specie di panacea capace di supplire a validi interventi dello stato nel campo di un sempre più diffuso disagio sociale».

Comunicato Stampa dell'A.I.P.T.

Dal Settimanale il PICCOLO

Stalker

Intervista a Mirco Carotti

Psicoterapeuta e psicologo - Direttore dell'Istituto di Analisi Immaginativa di Cremona
 

ALLARME BULLISMO

Intervista a Rossella Gadaleta

Psicoterapeuta e psicologa a Cremona
 

La parola all'esperto - Angelo Bosio, psicoterapeuta

Psichiatra, psicoterapeuta Direttore sanitario della Cooperativa Pars Onlus

Calo delle nascite

«La coppia oggi non sente più il bisogno di procreare»

Analizzare una situazione al meglio significa farlo affrontandola da tutti i punti di vista possibili. Non poteva mancare quello psicologico.
Quali dinamiche spingono la gente a non fare più figli? Dove mette radici un fenomeno sociologico di tale portata? Lo abbiamo chiesto ad Angelo Bosio, psichiatra e psicoterapeuta, nonchéé direttore sanitario della Cooperativa Pars Onlus. «Il problema centrale della nascita rappresenta un elemento cardine di ogni gruppo e società, nella misura in cui i gruppi sociali vengono essi stessi a costituirsi anche sul numero dei loro elementi» spiega Bosio. «La storia dell'umanità ha visto evolversi il concetto di società, sino all'attuale realtà, che teoricamente dovrebbe rappresentare un livello di evoluzione rispetto agli errori e alle carenze del passato. Ci si trova invece a confrontarsi con una serie di preoccupanti malesseri, che stanno letteralmente minando dall'interno la stessa struttura sociale. L'Italia è la nazione con il più basso coefficiente di natalità, il paese dove percentualmente nascono meno bambini al mondo. Fenomeni estranei alla cultura e al comportamento autoctono, come l'immigrazione, hanno negli ultimi anni statisticamente ridotto il gap con le altre nazioni, tuttavia l'apporto di elementi stranieri non è stato sufficiente a controllare il trend negativo che da oltre vent'anni caratterizza il nostro Bel Paese. Tutti si sono posti il problema, e nessuno ha la vera risposta. Oggi in Italia nascono meno bambini per una serie complessa di fattori». Quali sono? «Fra le cause di bassa natalità va collocato il trend consolidato dell'evoluzione del concetto di coppia e di famiglia. Il nostro Paese è passato rapidamente da una società patriarcale ad una cultura sociale del singolo, che non ha eguali per rapidità e diffusione nel mondo occidentale. I single sono sempre esistiti nel nostro mondo, specie ad altre latitudini e in altre culture occidentali, ma in Italia il fenomeno del celibato e del nubilato sono sempre stati visti come anomali effetti di una incapacità dell'individuo di costruirsi un presente ed un futuro. L'evoluzione sociale ed economica degli anni cinquanta e sessanta ha lentamente iniziato a modificare il profilo di sussistenza famigliare. Parimenti il progresso socio - sanitario e il miglioramento delle condizioni di vita ha comportato una riduzione della mortalità infantile ed un prolungamento della sopravvivenza media individuale». Quanto incide la questione economica sulla decisione di non avere figli? «La nuova realtà economica, priva di necessità esorbitanti di manodopera, e le mutate e migliorate qualità di sopravvivenza hanno comportato la progressiva riduzione del numero dei figli, in un'ottica di contenimento e di minimalizzazione della struttura famigliare stessa. Le famiglie patriarcali si sono frantumate in nuclei famigliari di minore consistenza numerica, più agili da gestire nella quotidianità, negli spostamenti, nella collocazione socio-temporale delle mutate esigenze del mondo del lavoro. Dalla stanzialità della cultura agricola e contadina, basata sull'immobilismo della proprietà terriera e della sua gestione, si è avvantaggiato il modello industriale e dei servizi, del terziario, in cui prevale la delocalizzazione delle strutture, la necessità di manodopera a rapida capacità di spostamento e di nuova domiciliazione. La campagna si è svuotata progressivamente e sempre più rapidamente, mentre i nuclei urbani si sono accresciuti a dismisura. Fenomeni non nuovi come la dissoluzione della coppia per le più svariate motivazioni e la diminuzione progressiva dell'attenzione verso le necessità di crescita della prole e della sua formazione umana e psicologica hanno creato nuovi fenomeni sociali, in forte espansione. Oggi non è più la coppia che costituisce la base della struttura sociale, ma il singolo. La coppia vive troppo spesso come entità che gestisce due singoli, ognuno con specifiche individuali aspettative e solo marginalmente, spesso mai, si viene a tenere in debito conto il proble- ma dei figli. Non si fanno figli perché oggi nella vita dei singoli, anche sposati, anche accoppiati, anche insieme nella stessa casa ma non sotto lo stesso tetto, non vi è spazio per la prole. I figli sono sempre stati considerati una risorsa, in quanto rispondevano a precise necessità e standard di vita, contribuendo al ricambio generazionale degli elementi che decedevano - anche in giovane età - alla formazione di forza lavoro adeguata alle necessità dell'impresa, al sostentamento degli elementi che perdevano l'abilità e l'indipendenza nella quotidianità. Oggi i figli non servono, in quanto la società in cui viviamo purtroppo privilegia chi “viaggia leggero”». Dunque molti pensano che la coppia basti a se stessa. È vero o senza un figlio viene a mancare qualcosa nella dinamica della famiglia? «Le coppie che non legalizzano l'unione e la convivenza sono in forte espansione, per vari motivi, aprendo al concetto di nascita solo spazi molto marginali e comunque secondari ai bisogni dell'individuo. Un figlio lo si realizza in pochi minuti, lo si costruisce in pochi mesi ma va poi seguito per molti anni, modificando stili di vita, frequentazioni, amicizie, ambiti di lavoro ed economici. Oggi troppe persone vedono un figlio come un peso reale, se si guarda alle sue necessità. Un peso che richiede energie, limitazioni di libertà, perdita di spensieratezza ed acquisizione di ponderatezza. Troppo per molti, che non se la sentono di sacrificare a questo nuovo essere così tante energie. La coppia instabile, più o meno legalizzata, tende oggi a durare spesso trop-po poco nel tempo, la sua dissoluzione in presenza di prole rappresenta un problema molto più accentuato e gravoso, con carichi di quotidianità molto più marcati e pesanti». Dunque crescere un figlio è oggi più difficile? «Ogni bambino nasce senza limiti e senza regole, che vengono presentate alla sua attenzione ed inculcate dal processo di crescita guidata dalla famiglia, dalla scuola, dalla società. La coscienza morale rappresenta lo stadio finale di un processo di acquisizione della capacità di controllare gli impulsi, di regolare le necessità, di rapportarsi correttamente agli altri, alla struttura sociale e gerarchica, di condizionare positivamente le proprie necessità economiche e di quotidianità. Il bambino per sua natura non sa controllarsi, il processo di crescita verso l'età adulta comporta l'acquisizione di quelle abilità di controllo che sole permettono di trattenersi, regolarsi, comportarsi secondo gli standard e le regole sociali. Questo processo richiede impegno da parte di entrambe le figure genitoriali, cui spetta una parte fondamentale dell'intero percorso. La madre ed il padre non sono figure interscambiabili, pena una grossa modificazione qualitativa dei risultati. E questo non è oggi compreso nella sua gravità». Molti affermano di non voler figli perché hanno paura di questa società: quali sono i timori dei potenziali genitori? Quali "minacce" si profilano per i neonati? «Le famiglie in cui il ruolo genitoriale viene svolto con capacità e sagacia sono purtroppo minoritarie, sacrificando spesso i genitori quest'attività non lucrativa dell'educare i figli all'economicità ritenuta necessaria, anche se spesso superflua. Il fallimento dell'impresa educativa a questo stadio comporta il primo grande deficit di creazione di un adulto. La scuola ha drasticamente abbassato il target istruttivo, con un livellamento al basso molto evidente. Dove non è riuscita la famiglia, ha demandato alla scuola l'educazione dei figli senza permettere però alla scuola di avere quegli strumenti correttivi necessari per lo svolgimento di tale compito. La società propone ogni giorno modelli basati sulla trasgressione e sull'esasperazione, che non sono sicuramente quelli adatti a costruire l'adulto. I ragazzi tendono di per sé a strafare, a non regolarsi e se il modello adulto vincente è aggressivo, competitivo oltre il lecito, il risultato del processo educativo è sconfortante, ma non per colpa dei ragazzi».

Angelo Bosio

C'è chi dice che i giovani oggi crescono senza un'educa­zione e senza basi: quali sono queste dinamiche pre­oc­cupanti che portano spesso i giovanissimi ad uscire sempre più spesso dalle righe, come dimostrano i recenti fatti di cronaca? «La somma di questi fenomeni famigliari, scolastici, sociali comporta sempre più spesso la costruzione di ragazzi e di adulti in cui la coscienza morale non si realizza pienamente. Ne derivano anomalie del comportamento sociale e dei rapporti interpersonali in cui si tende a far del male all'altro, nelle più svariate situazioni. Non esiste nella coppia attuale una vera necessità dei figli perché l'elemento femminile procrastina la maternità fino quasi alla menopausa, quando spesso diventa impossibile la genitorialità naturale. Si fraintende il concetto di genitorialità con la gravidanza, vissuta quale espressione narcisistica del femminile. Il figlio spesso è solo la pancia che cresce, poi diventa solo un rompiscatole. L'aumento delle nascite per taglio cesareo su base psicologica evidenzia come si cerchi di scindere l'evento della nascita dall'acquisizione di una sofferta ma valida genitorialità. Da questo ne deriva la grande difficoltà ad accettare che da una gravidanza nascano individui dotati di una propria personalità e necessitari di rispetto e di comprensione. Questa analisi, purtroppo valida per molte situazioni attuali, richiede una pausa concreta di riflessione, per reintrodurre nella vita di ognuno di noi quei basilari elementi comportamentali e di ideali che soli possono permettere una ripresa oggettiva di una crescita del modello famigliare realmente rispettosa della prole e delle sue necessità. Molti elementi indicano che il livello di pericolosità che è stato raggiunto dalla trascuratezza dei tempi costituisca un forte catalizzatore per invertire una tendenza allo sfascio che potrebbe rapidamente bilanciare la caduta negativa che stiamo vivendo»

Ecco perché si attaccano alla bottiglia

Intervista a Mirco Carotti

Direttore dell'Istituto di Analisi Immaginativa di Cremona

Psicanalisi a Cremona

Due contributi di Emanuela Spotti

Laureata all'Università di Bologna, specializzata alla Scuola Superiore di Formazione in Psicoterapia di Cremona


D come depressione

 

Medico-paziente, rapporto decisivo

Inserto de Il Sole 24 ORE di mercoledi 28 maggio 2008